• Redazione TheMeltinPop

Tears in hell


dall' antologia Crimini sotto il sole (Novecento editore) a cura di Cristina Marra uscita nel 2015


di Arianna Destito Maffeo


Notte. Freddo. Catene ai polsi. Puzza di marcio. Era in gabbia. Davanti aveva solo sbarre di ferro. Dove si trovava? Sentiva il rumore di un pesante cancello che si apriva. Un rumore in lontananza, veniva dall'alto. Era in una cantina putrida? Forse. Sentiva dei passi lenti. Qualcuno stava arrivando. Non distingueva la sagoma, si confondeva con il buio, tranne per un particolare. Indossava una maschera. Quella di Biancaneve. Era uno scherzo? Gli portava del cibo. Ma lui non voleva cibo, voleva la libertà. Lui aveva paura. La maschera non tradiva alcuna emozione. La faccia inutile e sorridente di Biancaneve aveva la stessa stancante espressione del nulla. Si aggrappò alle sbarre, gridò e supplicò, inutilmente.

La porta si richiuse sopra di lui. Si accasciò a terra. Avrebbe preferito morire piuttosto che vivere prigioniero.


Era un'estate che stentava a decollare. Un tempo appeso che non voleva saperne di esplodere nella arrogante e lucente energia della stagione calda.

Hanna aveva appena parcheggiato la Ka gialla di Andrea davanti al Monsignore. Era scesa e con passo svelto aveva attraversato la strada e si era infilata dentro all'osteria. L'aveva accolta Lara con il solito sorriso gentile e l'inconfondibile accento inglese, l'aveva salutata e fatta accomodare.

- Vi ho preparato un tavolo all'interno perché fuori ancora fa freddo. Quest'anno per ora è così. Il caldo, si sa, esplode all'improvviso.

"Come il sorriso di Lara", pensò Hanna che ringraziò e si sedette.

- Andrea sarà qui a minuti.

Il locale era piccolo e raccolto e a loro piaceva il senso di intimità che vi si respirava. E poi si mangiava benissimo e si beveva ancora meglio.

Entrò come un vulcano Andrea, spalancando la porta.

- Eccomi, in ritardo di soli dieci minuti.

- Stai migliorando, l'ultima volta ti ho aspettato per quasi un'ora.

- Già..

Con il suo lavoro, Andrea, non poteva garantire la puntualità. Questa almeno era la scusa ufficiale. Fare il commissario di polizia presentava i suoi piccoli inconvenienti. L'orario elastico era uno di questi. Non si poteva certo timbrare il cartellino davanti alle ingiustizie del mondo. Del resto, Andrea, non era il tipo da cartellino.

- Da bere? Porto il solito?

- Grazie Lara, prosecco ghiacciato. - Rispose Andrea mentre si sedeva. - Dobbiamo festeggiare il mio viaggio.

- Partite?

- Io resto qui. - disse laconicamente Hanna.

- Vantaggi e svantaggi di essere una mamma single. Aggiunse, prendendo il calice appena versato con le bollicine che salivano verso l'alto.

- Salute, al tuo viaggio in Norvegia, Andrea.

- Mi piacerebbe davvero che venissi con me. - Gli occhi azzurri di Andrea sparavano decisi in quelli neri di Anna che sorrise inclinando un po' la testa da un lato. Come dire sarà per la prossima volta.

Il locale iniziò a riempirsi di una comitiva di stranieri. Alle pareti i caschi dei Bobby, con le foto di una lontana Inghilterra in una cucina tipicamente italiana, erano il connubio perfetto di una complicità affettiva oltre che d'affari. Andrea si guardò intorno. Vide Lara che con sistematica precisione declamava il menù. Quella donna era un menù vivente.

Poi spostò lo sguardo poco più in là, verso la cucina a vista. Vide Giorgio, vestito di bianco che spignattava, in silenzio, mentre Lara gli porgeva le ordinazioni. Gesti semplici ripetuti ogni volta con la stessa cura. Erano belli insieme. Erano armonici. Quello era amore.



Quando uscirono dal locale si avviarono verso la macchina.

- Vado subito a casa, Lukas deve essere appena rientrato da judo. Mi accompagni?- disse Hanna porgendo le chiavi. Andrea acconsentì con un sorriso.

Salirono in macchina e si diressero verso la casa di Hanna nel centro di Sarzana. Davanti al portone, gli ultimi saluti.

Si abbracciarono a lungo. Un abbraccio forte, vero, delicato e anche un po' alcolico.

Quanto avevano bevuto?

Una patina di calore, di respiri affannati, offuscò i vetri della macchina. Le mani di Andrea affondarono nei capelli corti e crespi di Hanna mentre la stringeva e l'avvicinava a sé. Sentiva, nel collo, il respiro caldo e labbra umide che salivano e si avvicinavano alle sue. Lingue morbide che si cercavano e sapevano un po' di fumo e anice. Sapevano di loro due. Andrea si lasciò cercare e penetrare dalla lingua di Hanna, ancora e ancora e ancora. Avrebbero passato la notte lì, a baciarsi all'infinito, senza esaudire il desiderio. Sapevano bene che il desiderio esasperato era una miccia accesa per un godimento senza fine.

A un tratto Hanna si staccò bruscamente.

- Divertiti Commissario - disse mentre apriva la portiera, lasciando entrare l' improvvisa aria frizzante della notte.

- Ci proverò.

Era sempre difficile andare via da qualcuno. Detestava staccarsi da chi amava. E poi partiva svogliatamente, le prenotazioni, i bagagli, l'aereo, tutte seccature, da cui, per fortuna, si riprendeva subito. La salutò dal finestrino, in un misto di eccitazione e malinconia, con le labbra ancora lucide.

Sorrisero. Sorridevano sempre insieme. In fondo, si divertivano anche così, tra il nulla e il deserto.


Andrea mise in moto la Ka inserì il cd di Amy Winehouse. Love is the losing game rimbombò tra i vetri e il suo cuore. Si diresse verso Montemarcello, dove aveva una casa provvisoria come la sua vita.

Salì tra le curve di una strada buia, immersa nel verde, e arrivò a destinazione. Nel paese, c'era ancora poca gente. Sarebbero arrivati tutti dopo la metà di Giugno, tempo permettendo. Ma il commissario adorava quel posto isolato dal mondo. Lì si sentiva in un piacevole esilio, dopo le sue giornate tra pratiche burocratiche e reati minori, aveva bisogno di togliersi la polvere dalle mani e dal corpo. Solo in quel luogo si rilassava e recuperava energie. Trascorreva ore davanti alle finestre della casa che da un lato affacciavano sulle Apuane e dall'altro sul mare. Si sentiva così. Sempre in mezzo tra il volo e l'immersione.

Finì di preparare il trolley. Poca roba essenziale, un bagaglio a mano, per evitare di ritrovarsi all'arrivo senza la valigia e puntò la sveglia all'alba.

Si spogliò, infilò la t-shirt bianca, di tre taglie più larga e scivolò nel letto. L'eccitazione per il viaggio era un retaggio infantile e per questo stentava ad addormentarsi, ma il sonno arrivò lo stesso. Tutto prima o poi arriva, basta distrarsi.


Nella notte, d'improvviso, sentì un suono impercettibile. Una sorta di ronzio. Aveva il sonno leggero ma quel rumore era fastidioso come il volo di una zanzara che sembra volerti penetrare nel cervello. Aprì gli occhi. Oddio non aveva sentito la sveglia? Che ora era? Chi era? Il viaggio. La Norvegia. Oslo. Il suo sogno. Girò la testa verso il ronzio. L'iPhone scontrava contro la lampada di ferro, provocando quel suono molesto che nemmeno la sveglia più sadica sarebbe stata in grado di riprodurre.

Pensò subito al lavoro. "Eh, no. Non mi fregate. Sono ufficialmente in ferie."

Si voltò dall'altra parte senza nemmeno guardare. Ma prima spostò il cellulare. Lo allontanò da quella accoppiata infernale con la lampada e si mise di schiena per riaddormentarsi. Ma il ronzio, ormai risuonava nelle orecchie peggio di una tromba da stadio. Temeva di guardare il display. Temeva di vedere il numero della questura.

Prese quel gingillo vibrante, che non era un sex toy, e sollevò una palpebra per vedere chi fosse. La bestia sparò negli occhi una luce improvvisa e per una frazione di secondo l'accecò. " Tutta questa tecnologia finirà per ucciderci." Pensò. "Diventeremo ciechi. Altro che autoerotismo."

Nonostante la nebulosa abbagliante non poteva non scorgere il nome di Hanna sullo schermo.

Rispose immediatamente.

- Andrea, aiutami ti prego.

La voce disperata sembrava arrivare da chissà dove. Aveva un suono diverso, carico d'angoscia, non l'aveva mai sentita così.

- Aiutami! Lukas. È scomparso.

Ora singhiozzava.


Appena varcò la porta della casa di Hanna, lei si buttò tra le sue braccia senza forze.

- Dimmi che non è vero, dimmi che non è così. Che non sarà come gli altri. Ti prego. Trovalo. Trovalo tu.

Andrea cercava di sostenerla ma Hanna sembrava un sacco vuoto. La teneva stretta a sè e la seguì accasciandosi insieme a lei sul pavimento. L'abbracciò. Non l'avrebbe lasciata sola, né ora né mai. Non l'avrebbe abbandonata a quell'incubo.

- Vedrai che lo troveremo. Lukas è un ragazzo intelligente e attento, magari ha perso il cellulare e tra poco arriverà a casa, o domattina lo vedremo spuntare dopo una notte di baldoria. Vedrai. Non pensare al peggio. Ho avvisato il distretto e la questura. C'è già una squadra al lavoro, lo stanno cercando. Vedrai.

Cercò di dissimulare la sua preoccupazione. La stessa di Hanna. La stessa che da qualche anno avevano tutti. Era da un po ' che non succedeva più. Da quando un ragazzo di quindici anni era scomparso dalle parti di Grosseto. Era il febbraio di due anni prima. Un inverno molto freddo, aveva nevicato ovunque, persino in riva al mare. Mattia Guicciardini, dopo l'uscita da scuola non rientrò a casa. Ne avevano parlato tutti i media, soprattutto le televisioni impazzite che avevano scandagliato con morbosa dovizia di particolari ogni pezzo di vita del ragazzino. L'anno precedente era toccato a un altro ragazzo di quattordici anni nella provincia di Parma, Alessandro Ferrari. Tre regioni diverse, tre storie diverse che ora si ritrovavano tutte lì tra la disperazione di Hanna e Andrea.


Lukas non rientrò a casa. Nè quella notte né il giorno successivo. Le tracce si perdevano dopo il suo arrivo alla stazione, come mostrava la videocamera di sorveglianza.

Le forze dell'ordine avevano setacciato ogni angolo del paese e dintorni.

Non si parlava d'altro e l'attenzione dei media stava crescendo. Inviati della stampa e della tv occupavano alberghi e B&b di fortuna nel centro di Sarzana e nei dintorni.

Ma nessun elemento sembrava tornare utile alle ricerche. Cosa legava tre ragazzi di luoghi diversi che erano spariti nel nulla? E poi, c'era davvero un legame?

Andrea De Curtis aveva annullato la sua vacanza. Per ora il viaggio era da Montemarcello a Sarzana. Quindici chilometri di sofferenza andata e ritorno. La conosceva bene la sofferenza, Andrea, eccome se la conosceva.

Il suo cruccio era quello di non riuscire ad aiutare chi le stava accanto. Finché smise di farsi domande e guardandosi dentro trovò l'unica risposta possibile. Avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per ritrovare Lukas. A costo di rinunciare a tutto e di vivere per riportarlo a sua madre. Avrebbe venduto l'anima al diavolo per aiutare Hanna. E non vederla soffrire in quel modo.


Lukas era un adolescente tutto brufoli, heavy-metal e judo. Sotto i brufoli nascondeva la stessa bellezza della madre, solo che, doveva ancora esplodere, come quell'estate in incognito. Aveva i capelli rasta, ricci e fitti, eredità materna che tradiva la sua origine afroamericana. Hanna era in Italia da quando era nato Lukas, aveva sposato un militare che viveva e lavorava a La Spezia. Nei primi tempi tutto sembrava meraviglioso ma dopo le prime notti e il cambio dei pannolini, qualcosa si era inceppato e il militare si era scoperto innamorato più del suo lavoro che della famiglia. Aveva deciso di cambiare vita e allontanarsi da quella città, troppo stretta per lui. Non male per una donna che aveva lasciato gli Stati Uniti per vivere la sua avventura di moglie e madre. Ma a Hanna, di madre inglese e padre afroamericano, tutto sommato, andava bene così. Lei non si sentiva legata al suo paese e al Vermont, dove era nata e cresciuta. Un posto lontano, che era ormai parte del suo passato. E poi detestava il clima rigido dell'inverno e tutta quella neve. Al giovane italiano che aveva conosciuto alle Cinque Terre, disse per prima cosa,

- Regalami il caldo. Toglimi dal gelo.

Così si era trasferita a Sarzana. Aveva trovato il suo posto nel mondo, la sua tribù, lì si sentiva a casa. Aveva cresciuto il suo Lukas lavorando all'ospedale come logopedista. Era felice. Fino a quel momento.


E ora c'era Andrea. Il loro legame a poco a poco era diventato sempre più forte. Avevano stretto amicizia da subito. Andrea vedeva in lei la sua parte sana. E quella nascosta. Quella soffocata o che semplicemente doveva ancora conoscere. Si ritrovarono con la naturalezza di chi si cerca e si riconosce d'improvviso. Correvano insieme per una vita migliore ma il tempo era ingannevole e a mala pena riuscivano a trattenerlo, in quegli attimi che regalavano sogni e realtà. Momenti perfetti. Dei fallimenti e delle cadute non restava che un abbraccio all'alba.


L'ispettore capo quella mattina era andato incontro ad Andrea.

- Sono arrivati i pezzi grossi - disse con l'aria preoccupata.

- La sala è capiente, c'è posto per tutti e digli che sto arrivando- rispose Andrea mentre nel suo ufficio raccoglieva i fascicoli dell'inchiesta.

L'aspettavano. Erano in due, un uomo e una donna e facevano parte della Squadra persone scomparse.

- Il commissario De Curtis?

- Sta arrivando, Dottore - disse l'ispettore capo, un po' nervoso e sudaticcio, porgendo le sedie ai maghi del crimine. Come sempre Andrea si presentò con i suoi dieci minuti di ritardo. Jeans, camicia bianca, codino biondo raccolto dietro la nuca.

Entrò e porse la mano ai due detective.

- Il commissario Andrea De Curtis?

- In persona. Scusate il ritardo - disse spostando la sedia e accomodandosi.

- Cosa avete scoperto? Incalzò subito uno dei due pezzi grossi.

- Per ora solo pochi indizi. Confesso amaramente Andrea - I video di sorveglianza della stazione ci mostrano l'ultima immagine in cui si vede Lukas con lo zaino in spalla mentre sta uscendo. Il timer segna le 20,52. Abbiamo esaminato bene il video, ma non si vede nessuno accanto a lui. La telecamera esterna purtroppo non è funzionante.

- Capisco. Disse l'uomo in giacca e cravatta di Finollo, con l'aria tronfia di un Napoleone con il quale aveva in comune solo l'altezza. Perché, lui si era un autentico detective, mica quei poveri sfigati di Sarzana. Lui, veniva da Roma. Faceva parte della Squadra.




- Noi abbiamo una pista - disse il tronfio con aria di sfida - Non sono ancora autorizzato a dire nulla, ma..- si voltò verso la collega che aveva a fianco con aria di intesa - crediamo di essere vicini a una svolta e il fatto che sia successo qui a Sarzana lo conferma.

Andrea lo fissava con i gomiti appoggiati sulla scrivania e la mani incrociate. Il suo volto lasciava trapelare un crescente fastidio.

- Mi faccia capire, siete qui per collaborare ma non potete dirci nulla?

- Siete voi che ora collaborate con noi. Possiamo solo dirvi che la pista ci porta in Toscana.


Andrea sfoderò il suo sorriso migliore, ostentando una sarcastica distanza, ma dentro ribolliva di rabbia.

"Lo vedremo ". Pensò.

- Con questi non faremo molta strada - sussurrò Andrea al suo ispettore capo, sempre più grondante di sudore. E non faceva neppure troppo caldo.


Infilò la giacca nera, inforcò i Rayban a goccia e uscì dalla stanza, mentre fuori un pallido sole si affacciava dalle nuvole. Si accese una Marlboro light e ne masticò il filtro, digrignando i denti.

"Fanculo" pensò. Nessuno avrebbe ostacolato il suo lavoro.Tirò due boccate di veleno. " Se vogliono estromettermi dall'indagine mi devono sparare". Spense la cicca su un muretto di fianco al marciapiede. Il mozzicone lasciò cadere qualche briciola arancione, come un fuoco d'artificio, prima di spegnersi del tutto. Si sentiva così, un tizzone ardente, ma non avrebbe fatto la fine di una cicca.


Si avviò verso la stazione, la maledetta stazione, che aveva inghiottito la vita di Lukas nel nulla ed entrò nel bar che stava a metà tra i binari e la piazza.


- Un caffè macchiato. Ordinò al barista. Si guardò intorno, quel posto era frequentato da gente di ogni tipo, pendolari, nomadi, viandanti, extracomunitari e disperati che si aggrappavano alle slot machine alle ricerca di uno stimolo di vita, in giornate senza speranza e vuote come il loro stomaco accartocciato.


C'erano ragazzini rom che entravano e vagavano nel locale con disinvoltura come per consolidata abitudine. Giravano tra i tavoli, con gli occhi vispi sempre in cerca di qualcosa. Andrea notò un bambino. Se ne stava in disparte. Solo. Non sembrava far parte del gruppo. Era seduto a un tavolino rivolto verso la finestra che affacciava sui binari. Osservava la gente che si affannava verso i treni in partenza o malediceva i ritardi e le corse soppresse per guasti o sciopero del personale. Ogni tanto giocava con un mazzo di carte. Le mischiava senza un apparente senso logico.

Andrea si avvicinò a lui.

- Ciao, vieni spesso qui?.

Il ragazzino alzò lo sguardo

- Perché?

Andrea gli sorrise.

- Sto cercando una persona, forse mi puoi aiutare.

- Sei della polizia?

- Perché me lo chiedi?

- Se dici che cerchi una persona, significa che non è molto importante. Quando cerchi qualcuno che è importante non dici una persona, ma un amico, un' amica o cose così.

- Cerco un ragazzo. Il figlio di una mia amica. La mia migliore amica - disse Andrea mostrando la foto di Lukas.

Il ragazzino guardò la foto e lentamente incrociò il suo sguardo.

Come se nulla fosse si rituffò nelle carte che aveva in mano.

- So chi è.

- Lo conosci?

- So solo chi è.

- Lo hai visto di recente?

- Certo, tutte le sere. Torna sempre con il treno delle 20.45.

- Quando l'ultima volta?

- Tre giorni fa

- Sicuro?

- Si.

Continuò a girare le carte in maniera sistematica e precisa.l


- Ascoltami è importante, ho bisogno di sapere.

- Tu chi sei? Non mi hai neanche chiesto come mi chiamo.

- Hai ragione, io mi chiamo Andrea. E tu?

- Tarik - rispose. Quindi, indicando il barista - Ehi, ma ti chiami come lui?

- Si.

- Ma tu sei una donna!

- Già, a quanto pare sono una donna. Sai, mia madre era un po' così.

- Così come?

- Sopra le righe. Diciamo, stravagante. E mi ha dato un nome che in Italia hanno solo gli uomini. Forse voleva un figlio maschio- Fece un cenno con le mani. - C'est la vie.

Il ragazzo sorrise.

- E dimmi Tarik da dove vieni?


Il bambino non scostò gli occhi dalle carte. Concentrato in quel gioco che sembrava capire solo lui.


- Lasci perdere Andrea - disse il barista mentre preparava il caffè macchiato - Tarik parla solo quando decide lui.

Andrea si diresse verso il bancone - Viene spesso qui?

- Si. Il padre è un ambulante e la madre viveva in Marocco. È morta un mese fa. E da un mese Tarik è qui. Ha seguito suo padre e per ora vive così. Forse tornerà con i suoi fratelli in Marocco. Ma...picchiettò l'indice sulla tempia. - Non c'è mica tutto, ha qualche problema.

- Ma un bambino non può vivere in un bar e in questo modo.

- Alla sera arriva il padre a prenderlo. Quindi fece una pausa e aggiunse - Dottoressa, la vita non è mai come la immaginiamo. Il padre adora questo bambino quando posso, io lo aiuto. Quell'uomo è molto provato dopo la morte della moglie.

Andrea lo osservò da lontano ancora un po'. Tra il viavai di persone che entravano e uscivano dalla stazione Tarik sembrava non perdere un colpo. Il doppio ingresso del bar gli permetteva di osservare meglio chi entrava e chi usciva. Ogni tanto prendeva le carte e altre volte diceva numeri senza apparente senso.

- Cosa dice con quei numeri?

- Non so, sembra l'ora dei treni in partenza e in arrivo. Poi altre cose strane, lettere, numeri. Però conosce con precisione l'orario di chi prende il treno. È pazzesco ma è così e, mi creda, non sbaglia un colpo! Ad esempio la vede quella Signora?

- Quella con il vestito a fiori?

- Si esattamente.

- Tarik, che treno è partito?"

- Quello dellenove e quarantadue.

-Ha visto?!


Mentre sorseggiava il caffè Il cellulare la richiamò al suo lavoro.

- Commissario, abbiamo ritrovato lo zaino di Lukas a Bocca di Magra.

- Sono alla stazione di Sarzana. Arrivo subito.

Pagò il caffè e mentre si dirigeva verso l'uscita, salutò Tarik con la mano.


Il bambino estrasse una carta dal mazzo. La girò verso l'alto e gliela mostrò sorridendo.

- Ehi, è qui - urlò il bambino.

Andrea fissò i suoi grandi occhi scuri eccitati, mentre dall'altra parte del telefono l'ispettore continuava a parlare.

- Il figlio della tua amica. Quello che stai cercando. È qui. A Sarzana. Insistette tranquillo Tarik.

Andrea chiuse la telefonata.

- E tu come lo sai?

- Lo so.

Restò un attimo sulla soglia del bar, osservando il bambino che aveva ripreso a guardare i binari e a bisbigliare numeri e parole. Si avviò verso la Ka posteggiata sulla piazza e tornò in questura.


Quella giornata aveva portato solo affanni e vaghe ipotesi. Lo zainetto di Lukas era stato sezionato come nell'autopsia di un cadavere. Tutto era stato posto sotto osservazione. La vita di Hanna, la sua casa, la sua storia di madre single, l'amicizia con Andrea, alla ricerca di tanto pruriginosi quanto improbabili indizi.

L'ispettore capo si era seduto accanto ad Andrea nel suo ufficio. La osservava mentre studiava i fascicoli con meticolosa attenzione. Si soffermò sul viso stanco e segnato. Quella stanchezza era bella da vedere: nonostante i quaranta suonati, segnava il suo volto di ragazza come un'ombra di malinconia. E poi era vera. Le si avvicinò con pudore. E le rivolse la parola con soggezione.

- Dottoressa, ho sentito i pezzi grossi parlare tra loro. Dicevano di agire una di queste notti. Non so bene dove e come. Non capisco tutti questi misteri. E soprattutto perché non la coinvolgano.

Era amareggiato per come stava procedendo l'indagine.

- Quello che ho capito - rispose Andrea, togliendosi gli occhiali rossi e appoggiandoli alla scrivania, - è che, a volte, la razza umana è in grado di pensare le peggiori nefandezze. Talvolta anche di farle. Per fortuna il più delle volte solo di pensarle. Come per scaricare il lato oscuro sugli altri. Per questo non mi stupisco più di niente. Certe persone sarebbero in grado di sospettare qualsiasi cosa.

- Vuol dire che sospettano di lei?

- È possibile. Te l'ho detto, c'è bisogno di trovare un nemico. E forse ora quel nemico sono io.

Si alzò lentamente raccolse le sue cose e si diresse verso casa. L'ispettore capo continuò ad osservarla mentre si allontanava portando con fierezza la sua stanchezza e il suo tormento addosso.


Il posteggio a quell'ora era illuminato e una leggera nebbia creava una luce soffusa.

Non aveva voglia di rintanarsi in casa.

Corse verso il tabacchino-bar prima che chiudesse.

- Ciao Vito, un pacchetto di Marlboro light.

- Commissario che tragedia, non ho parole - le disse il barista con le focaccette più buone del mondo mentre si accingeva a chiudere il locale prima dell'orario.

- A chi lo dici Vito. L'ho visto praticamente crescere.

- Il mio locale?


- No, mi riferivo a... - Andrea capì che stavano parlando di due cose diverse. Dialoghi tra sordi e altre storie.

- Se il tempo continua così quest'anno non avremo una stagione turistica. Gli altr'anni a quest'ora era pieno di gente. Ora a parte noi due e la Prof. non c'è nessuno.

Il tempo sembrava sospeso a Montemarcello.

- Già la Prof. Ma lo sai che non l'ho mai vista? Dicono sia bellissima.

- Eh si, è ancora una bella donna. Certo una volta era meravigliosa. Quando passava lei sentivi come un'energia. Come se spostasse l'aria. Non potevi fare a meno di guardarla. La sentivi sulla pelle. Eh, quello è fascino. Qualcosa che c'è o non c'è. E nessuno sa quanti anni abbia. I maligni dicono che ha fatto il patto col diavolo ma che il diavolo non si accontenta della sua anima e che è vecchia pure quella!"

- E tu cosa dici ?

- Io dico che alla mia età un pensierino ce lo farei. Rispose con una risata da polmoni ostruiti dal fumo e con un accento bastardo della zona, mezzo ligure e mezzo toscano.

- E poi è sempre sola. Chissà come passa il tempo. Ma ora basta con la Professoressa, se mi sente mia moglie.

Andrea raccolse le sigarette appoggiate al bancone.

- Eh, già Vito, se ti sente tua moglie. Bisbigliò pensando a quanto doveva essere stufa la moglie di Vito di quelle stantie battute da finto macho.

Si diresse verso i vicoli intricati e multicolori del paese.

Era rilassante passeggiare tra quelle strade. Andrea non aveva detto a Vito che a lei Montemarcello piaceva così. Deserta e senza turisti. Si soffermò davanti al panorama della piazzetta, dietro la piccola chiesa. Respirò profondamente. C'era ancora qualcosa che riusciva a farla sentire bene. Si addentrò nel labirinto dalle creuze fiorite nella pancia rassicurante del centro storico. Un rumore di tacchi a spillo nel silenzio la colpì.

Il rumore rimbalzava tra le rocce, i vasi dei gerani, gli archi e le volte di mattone rosso.

Chi poteva indossare in quelle strade sconnesse scarpe che non fossero sportive?

Passò sotto un archivolto che custodiva una antica edicola con il volto della Madonna.

Il suono dei passi la portò a voltarsi alla sua destra. Vide una donna scendere dalla creuza di fronte. Sembrava volteggiare sui tacchi a spillo di un paio di décolleté nere. Fasciata in un tubino nero e con uno scialle rosso ciliegia, che vezzosamente faceva scivolare da una spalla all'altra. Indossava un cappello a larghe falde dal quale spuntavano i capelli biondi che arrivavano alle spalle. Sorrideva mentre portò con eleganza la mano verso la maniglia del ristorante. L'unico aperto in paese. Le candele ornavano l'ingresso in un'atmosfera quasi artefatta e surreale. Andrea capì subito che si trattava della Prof. Entrò nel locale anche lei. La donna si era seduta in un tavolo rotondo in un angolo della sala. Aveva ordinato un Martini cocktail e come primo piatto, testaroli al pesto. Certo era un tipo bizzarro. E si, era anche molto bella.



Il giorno seguente Andrea ritornò al bar della stazione.

Tarik stava seduto al solito posto. Con le carte in mano.

- Ti aspettavo. Disse.

- Aspettavi me?

- Si. Anche Lukas ti sta aspettando.

- Cosa vuoi dire?

- Dico quello che è - rispose Tarik fissando le carte.

- Cosa fai con quelle carte? Un gioco? Qualcosa tipo leggere il futuro?

- No. Le carte sono un pretesto.

Tarik si voltò verso la finestra affacciata sui binari. Un treno stava per arrivare. "Allontanarsi dalla linea gialla" diceva la voce.

- Fa freddo. Attaccò Tarik con gli occhi persi nel vuoto e un certo affanno nella voce.

- Non posso muovermi, le catene mi bloccano. È buio. Sono in gabbia. Sento rumori. Venite a prendermi.


Un treno merci si annunciò con un fischio acuto e cominciò a correre sul binario. Attraversò il silenzio della stazione dove si aggiravano pendolari, nomadi e nemmeno l'ombra di un turista. Sullo sguardo in trance di Tarik fece l'effetto di una frustata. Il ragazzino era tornato nel mondo reale. Mentre i rumori abituali della stazione riprendevano a farsi sentire.



Andrea gli afferrò la mano e lui la strinse forte.

- Parlami ancora. Chi è al buio e al freddo?

- ZA 323 LC - disse - è Lukas. Sta chiedendo aiuto.

- Cos'è quel numero? Sembra una targa. Ma tu come puoi...Non fece in tempo a finire la frase che sopraggiunse un uomo alto e corpulento e richiamò il bambino. Aveva una grande borsa sulle spalle che appoggiò sul retro oltre il bancone del bar.

L'uomo iniziò a parlare in arabo al bambino. Tarik gli si avvicinò obbediente mentre Andrea cercò di trattenerlo ancora un po' .

- Cosa succede? Mio figlio le ha dato fastidio? Chiese l'uomo alto e grosso dal volto spento e inespressivo. Sembrava un gigante buono che aveva perso tutti i suoi sogni.

- Tutt'altro, sembra che Tarik sappia qualcosa su un ragazzo scomparso.

L'uomo si rivolse al figlio che abbassò lo sguardo.

- Non crederà alla fantasia di un bambino di otto anni. Un sorriso illuminò il volto del gigante buono mostrando zigomi alti e denti gialli e trascurati.


- Tarik è sempre stato così. È nato così. A scuola mi dicono che è il suo disturbo. È sempre distratto, guarda fuori dalla finestra. Si isola da tutti. E poi ripete frasi incomprensibili. Certo in Marocco era abituato a una vita diversa. Quando c'era sua madre era tutto diverso.

Prese lo zainetto del bambino gli disse ancora qualcosa in arabo, quindi si avviarono verso l'uscita.

Andrea, prima di lasciarlo andare gli accarezzò la testa e i capelli spessi e neri e folti.

Si chinò per guardarlo meglio mentre lo sguardo di Tarik era sfuggente come una pallina da ping pong.



Fece una rapida ricerca sulla sequenza alfanumerica che Tarik aveva annunciato con tanta enfasi. E scoprì che corrispondeva a una targa di un fuoristrada, un vecchio Mitsubishi. Apparteneva a un giardiniere che abitava sulla strada per Montemarcello.

Andrea andò a trovarlo nella speranza di scoprire qualcosa.

Quando suonò alla porta del giardiniere, si trovò di fronte un uomo molto anziano. Gli mostrò il tesserino.

- Buongiorno, sono Andrea De Curtis del commissariato di Sarzana, posso farle qualche domanda?

Il vecchio era sordo e le chiese di alzare la voce.

- Lei va spesso in stazione?- Fece più forte - Il suo fuoristrada è stato visto più volte in quella zona. Stiamo facendo delle indagini. Ogni dettaglio può essere importante.

- Il mio fuoristrada? Non lo uso mai.

- Posso vederlo?

Entrarono insieme in un box dietro il giardino. Si sentiva profumo di foglie ed erba e muschio. Era li. Coperto da uno strato di polvere tranne che sul parabrezza. La targa era proprio quella che Tarik gli aveva detto.

- Quindi lei non lo guida?

- No, mai.

- E chi lo guida?

- La Prof Lanza.

Il vecchio aveva l'aria stanca, a stento trascinava il passo. Prosciugato dalla vita. Sembrava impossibile che quell'uomo sporco e trasandato fosse l'artefice di tanta bellezza, era lui che curava i rigogliosi giardini all'italiana per cui era noto in tutto il paese. Trasferiva li tutta la sua energia. Come se il suo aspetto fosse il prezzo da pagare allo splendore della natura.

Andrea estrasse il cellulare e chiamò l'ispettore capo.

- Mandami qualcuno a questo indirizzo. Fa presto - sussurrò al cellulare.

- Dottoressa hanno deciso. La squadra dei pezzi grossi interverrà stanotte.

- Tu manda qualcuno e digli di aspettare un mio segnale.

Andrea si recò nella villa della Prof. Un cancello con un antico stemma di famiglia era il confine da oltrepassare per entrare nel mondo della donna più misteriosa del paese. Erano state fatte mille illazioni su di lei. In gioventù era stata molto chiacchierata. Quando arrivò da Genova per insegnare in una piccola scuola media era nel fiore degli anni. Bellissima. Si era sposata con il medico condotto, rampollo di una famiglia molto ricca che lavorava più per passatempo che per necessità. Qualcuno insinuava per lavarsi la coscienza incrostata dalla ricchezza facile. Erano ricchi potenti e belli. Potevano avere tutto. Lui era morto dopo dieci anni di matrimonio in circostanze misteriose. Lei, vedova inconsolabile, continuò a insegnare storia dell'arte a scuola. Non avevano avuto figli.


La Squadra arrivò all'ora prevista. Si appostarono tra gli alberi intorno all'edificio.

Tutti in assetto di guerra con le armi spianate, pronti a far fuoco. Aspettavano solo il segnale.


Il giardino era curato con una meticolosità maniacale. Nel muro che lo circondava si era formato un piccolo varco dovuto alle piogge incessanti degli ultimi tempi. Un passaggio piccolo ma sufficiente per entrare.

Andrea varcò il confine. Ora era dentro, pronta ad agire.

Era buio, ma se avesse acceso la torcia dell'iPhone rischiava di essere vista. Decise di lasciarsi guidare dalla debole luce della luna sperando che non ci fossero allarmi a breve distanza.

Si avvicinò alle finestre chiuse. E cercò di spiare all'interno. Si intravedeva un salone arredato con gusto. E quadri. Tanti quadri appesi alle pareti. La stessa donna ritratta sempre da ragazza insieme a giovani che la facevano danzare.

Andrea sentì improvvisamente un suono. Come un lamento animale.

Proveniva da uno scantinato. Un lamento cadenzato.

Si addentrò in una specie di serra, con un grosso piano lavoro e attrezzi da giardinaggio di ogni tipo.

Pinze, tenaglie seghetti e forbici.

Una porta sul retro era mascherata dall'erba rampicante che la ricopriva completamente. Il lamento si faceva più forte. Lo sentiva più chiaro.

- Piccolo mostro. La voce della Prof. - Si lamenta, lui.

Senti un rumore di chiavistelli che giravano. Si nascose sotto il tavolo, acquattata nel buio.

- E smettila con quel lamento. Non lo sopporto più. Come faccio a farglielo capire? Maledetto.

La Prof prese una tenaglia e tornò all'interno lasciando la porta aperta. Andrea uscì dal nascondiglio e ne approfitto per muoversi in direzione delle voci.

Vide la Prof di schiena, vestita come sempre di nero. I lamenti erano grida di supplica e sofferenza. Davanti ai suoi occhi uno spettacolo atroce. Un ragazzo incatenato, sanguinante, con piccole bustine di plastica agganciate sotto gli occhi.

- Puoi almeno frignare? Sibilò la Prof irritata - Sei una lagna. Il peggiore di tutti. Gli altri cedevano subito. Piangevano senza rumore e senza fare tante scene. Tu no, devi usare quella voce da zenzero andato a male che mi urta e mi toglie il sonno. E non posso neanche sedarti troppo altrimenti non piangi e io senza le lacrime di un ragazzino non posso stare. Aprì la gabbia e scrutò le buste fissate con un piercing alla base del sopracciglio.

- E che me ne faccio di queste quattro gocce ? La mano afferrò i capelli rasta con tanta violenza da strapparli, facendo vacillare il giovane.

- Lo capisci che le tue lacrime mi servono? Sono la mia cura di bellezza? Lo capisci piccolo, stupido bamboccio?


Il segnale arrivò. La Squadra spaccò prepotentemente la porta d'ingresso e fece irruzione con la forza esplosiva di chi aspettava da tempo quel momento.


- Prof?

La donna si voltò bruscamente, con gli occhi pesti dal rimmel disfatto e il viso stravolto dalla rabbia. Aveva davanti a se Andrea che impugnava la Beretta calibro nove con entrambe le mani. Lo sguardo passò dalle tenaglie che stringeva tra le mani al ragazzo legato a un centimetro da lei.


- Brava, la commissaria. È arrivata fin qui. È arrivata fino a me. Complimenti. Ero certa che nessuno mi avrebbe mai scoperto. Nessuno avrebbe scoperto il segreto della bellezza. Da quando il chirurgo plastico mi disse che non potevano operarmi per il problema al cuore, cercai un altro rimedio. E capii che potevo farlo solo vampirizzando la vita di giovani ragazzi dall'ormone impazzito. Funzionava! Che soddisfazione,non può immaginare. È filato tutto liscio per anni. Disse ancora incredula, con la voce bassa un po' impostata come le dive degli anni trenta. E con quell'aria da presa per il culo, nonostante tutto.

- Butti la tenaglie e si sdrai faccia a terra.

- Commissaria, le piace se la chiamo così? Alla vostra generazione piace sottolineare queste cose, vero? Eh, vi siete prese la paccottiglia del post sessantotto. Avanti, non vorrà davvero che mi ridicolizzi così, per terra sul pavimento. Su, mi ammazzi e la chiudiamo lì.

Si avvicinò a Lukas con le tenaglie in mano e l'aria sadica da Mistress senza safe word.

- Prima però mi faccia terminare il mio lavoro. Quando un lavoro si inizia non si lascia mai a metà. Bisogna portarlo a conclusione".

Le tenaglie erano all'altezza degli occhi del ragazzo, accanto al congegno che raccoglieva il liquido lacrimale.

Se Andrea avesse sparato avrebbe rischiato di colpire Lukas. Ma se non faceva nulla il ragazzo avrebbe perso gli occhi.

Prese la mira.


La Squadra trovò molti ragazzi e ragazze, tutti insieme. Di ogni nazionalità. Qualcuno sdraiato in meditazione, altri in intimità tra loro, altri ancora seduti a cena. Era una comune di ispirazione orientale. Gli agenti speciali misero a soqquadro ogni stanza, ogni angolo.

Strattonarono qualche ragazzo minacciandolo con le armi a distanza ravvicinata.

- Non abbiamo fatto niente, perché fate questo?

- Zitto! Urlò l'agente al ragazzo inginocchiato con le mani dietro la nuca.

Perlustrarono la zona intorno. Nulla. Cercavano armi e trovarono tappetini per meditare. Cercavano droga e trovarono The bancha. Cercavano i ragazzi dispersi e trovarono solo ragazzi uniti in una comunità.

- Capo, qui non c'è niente. Disse uno degli agenti al Napoleone fallito che aveva condotto i suoi alla sua Waterloo personale

Avevano preso un abbaglio grande quanto la bellezza di quel luogo risanato e reso vivibile proprio da quel gruppo di giovani che l'avevano occupato.


Andrea sparò.

Il sangue era schizzato ovunque, sulle pareti e sul viso di Lukas, che ora urlava e chiedeva essere liberato.

La pallottola aveva colpito la spalla destra della Prof. Aveva staccato l'omero che schizzava fuori da muscoli e tendini, lasciando penzolare un braccio che sembrava non appartenerle più. La donna si era accasciata a terra e aveva perso i sensi. Andrea si gettò su Lukas, lo liberò da quell'infernale aggeggio che aveva intorno agli occhi e incastrato nelle ciglia. Cercò le chiavi per liberargli i polsi. Rovistò febbricitante nelle tasche della donna ma non trovò nulla. Quindi telefonò all'ispettore capo.

- Ma dove cazzo siete? Urlò al cellulare.

Quello che restava della Squadra speciale arrivò a Villa Lanza. Trovarono Andrea e Lukas abbracciati. A poco a poco arrivarono tutti. Hanna strinse al petto suo figlio ed entrambi scoppiarono in un pianto liberatorio. Lukas era provato ma stava bene. Riuscirono a liberarlo e lo trasportarono in ospedale. Insieme alla Prof. Lo stesso luogo per due destini differenti.


L'estate arrivò. La stazione di Sarzana era un viavai di turisti provenienti da luoghi più disparati.

Andrea De Curtis tornò nel bar. Il tavolo vicino alla finestra era vuoto.

Lo fissò con stupore e nostalgia e rivolse poi lo sguardo al barista.

- È tornato in Marocco. Gli disse l'uomo aprendo una birra. Andrea annuì. Non trovava le parole giuste. Ma a volte il silenzio dice più delle parole.

Avrebbe voluto fare qualcosa per Tarik, quel bambino speciale che gli altri definivano diverso. Lo avrebbe fatto. Non ora, che era lontano. Ma lo avrebbe fatto.

- Il solito caffè macchiato? Dottoressa, ha sentito che caldo?

- Si, il solito caffè macchiato. Già, un gran caldo. Si appoggiò al bancone del bar.

Pensò a quanto doveva essere felice Vito. Che la sua Montemarcello finalmente si popolava di villeggianti.





0 commenti

Post recenti

Mostra tutti