• Redazione TheMeltinPop

Storia di uno fuori posto



di Daphne Squarzoni


Questa è la storia di come mi persi. E perdendomi mi ritrovai nuovo e diverso e mai pensato prima. Per anni ho svolto il mio lavoro, fedelmente, costantemente, imboccando i padroni con la massima dedizione. Un giorno fui scelto per un compito speciale e mi permisero di uscire dalle mura casalinghe. Quel giorno la padrona mi consentì di accompagnarla in università ed io per l’occasione mi tirai a lucido. L’università era questo posto brulicante di persone con tante vetrate e tante sedie. Tra una lezione e l’altra, la padrona avrebbe avuto bisogno dei miei servigi. Si trattava di aspettare quieto al mio posto fino all’ora di pranzo. Intanto un professore barbuto parlava.


Aspettai pazientemente ed il tempo non passava mai. Aspettai, aspettai, e aspettai ancora. Venne l’ora di pranzo. La padrona raccolse dallo zaino il contenitore del riso e mi chiamò per servirla. Svolsi il mio lavoro diligentemente e mi fu permesso di riposare appoggiato ad una sedia. Poi la mia padrona s’alzò, dimenticandomi. «Aspetta! Non lasciarmi!» la chiamai. Lei non mi sentì. Lasciò l’aula ed io caddi dalla sedia sul freddo pavimento ligneo. La padrona mi aveva abbandonato, usato e gettato via. Rimasi a fissare il vuoto per un po’ con le luci a neon negli occhi. Che avevo fatto di male? Valevo così poco da essere gettato via? Abbandonato, solo e sporco sul pavimento.


L’aula attorno a me si stava riempiendo di nuovo. Tanti studenti si sedevano ai banchi stretti. Io me ne stavo steso a terra affogato nella mia disperazione. Sopra di me dondolava la manica nera di una giacca invernale. Forse anche quella giacca sarebbe stata usata e gettata via come era successo a me. La giacca si fermò a guardarmi interrompendo il suo dondolio. Mi chiese cosa facessi steso a terra intinto nell’abbandono. Le raccontai la mia storia. La giacca era un’ascoltatrice paziente, trasmetteva calore e parlarle mi risollevò il morale. Quando smisi di parlare lei fermò il suo dondolio per farmi una carezza. Il suo tocco fu come una scossa e mi fece tremare tutto. Il mio tremolio richiamò l’attenzione di una ragazza che si voltò sorpresa verso di me. Mi fece alzare da terra e m’accompagnò fino alla cattedra sotto le luci a neon dell’aula che andava riempiendosi. La mano della ragazza era fredda e screpolata. Mi lasciò lì, in cattedra, abbandonato alla ribalta. Perché tutte queste persone mi abbandonavano? Che avevo di sbagliato?


La cattedra era grande, scura e liscia ed io mi sentivo perso e solo come non mai.

Un uomo entrò dalla porta. Sembrava distratto. Lasciò la giacca, il basco e il foulard colorato buttati su una sedia di tessuto verde. Si sedette. Aveva lo sguardo perso di un viandante smarrito tra le strade dei suoi pensieri. L’uomo accese il computer ed il suo sguardo distratto s’imbatté in me. Mi raccolse. «Cosa fa questo, qui?» chiese.

Io mi sentii morire d’imbarazzo. Questo signore mi stava mettendo sotto i riflettori. A me, l'umile servitore che da sempre svolge il suo compito nell’anonimato.

Nell’aula gli studenti erano muti, perplessi, perfino divertiti. Al dolore dell’abbandono s’aggiunse l’acuta lama della vergogna. Ero solo davanti a una platea ostile di sguardi beffardi e curiosi con questo signore che mi costringeva al centro dell’attenzione di tutti i presenti. I neon bianchi mi sbattevano addosso la loro luce che si rifletteva sulla mia pelle argentea.

«Allora?», riprovò l’uomo, girando attorno uno sguardo attento in sorprendente contrasto con il suo fare effimero e svagato.

«Qualcuno l’avrà dimenticato», azzardò un ragazzo coraggioso.

«Abbandonato», corressi sadicamente dentro di me.

«Sì…», borbottò l’uomo seduto in cattedra. Il suo sguardo era nuovamente distratto e assorto come se vedesse molto oltre quel momento. «Sapete cos’è questo?», domandò l’uomo scattando sull’attenti.

«Sono un umile servitore solo e abbandonato. Buono a nulla e rifiutato. Privo di ogni più piccolo valore», pensai sconfitto.


I ragazzi in aula mi fissavano divertiti a tal punto da non rispondere nemmeno. Facevano scorrere gli sguardi tra me e l’uomo seduto dietro la cattedra. Sembravano curiosi come se non capissero del tutto la domanda del professore.

«Non vedete come sono misero e solo?» pensavo.

Ma i loro sguardi non erano di compassione, erano interessati. Probabilmente erano interessati al ragionamento strano dell’uomo in cattedra, e non già ad un essere futile come me.

«Questa è una storia», si decise a proclamare l’uomo. Una storia?

«Cosa ci fa qui? Come ci è arrivato? Perché? Si tratta di qualcosa di insolito, un dettaglio che per tutti gli altri può essere insignificante, per noi no». Non ero insignificante? «Ragazzi, il mondo è pieno di storie. Sono dettagli fuori posto, piccoli tesori nascosti nel caotico fluire quotidiano. E, credetemi, chi non sa notarli si perde costantemente delle gemme preziose come questa» spiegò l’uomo indicandomi. Di nuovo aveva gli occhi vispi e attenti che brillavano sul viso sbarbato e perennemente distratto. Io ero una gemma preziosa? Io? Una storia da raccontare? Non ero soltanto un inutile servo abbandonato?

«Quindi cos’è questo?», riprese l’uomo, «Apparentemente, solo un cucchiaio. Ma per chi sa coglierne il valore, è una bella storia. Tenete gli occhi aperti perché a fare la differenza sono proprio i dettagli che paiono insignificanti all'apparenza».

L’uomo finì di parlare e di nuovo avevo gli sguardi addosso. Erano sguardi ammirati ed in quel momento scoprii di essere molto più di un semplice cucchiaio, molto più di un oggetto rifiutato, ero una storia, un dettaglio importante nella sottotrama segreta della vita.



 


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