• Redazione TheMeltinPop

Lapislazzuli





di Arianna Destito Maffeo


La casa era abbandonata da più di un anno.

Eravamo uscite tirandoci dietro la porta, come se non avessimo più tempo. Come se non potessimo e volessimo voltarci indietro.

Non avevamo altra scelta.

Mi avevi mandato un messaggio: Vieni a prendermi. È arrivato il momento. Portati le chiavi di casa perché non mi reggono le gambe.

Non una parola di più. Speravo che quel giorno arrivasse più tardi possibile o che non arrivasse affatto. La speranza, a volte, è un pessimo affare. Tuttavia, senza battere ciglio raccolsi un po’ di cose al volo, un maglione, un paio di jeans, un pigiama, un cambio, la spazzola e stipai tutto nella mia Musto nera, la borsa dei viaggi e del bagaglio a mano. Quello che, in genere, riservo ai momenti belli, di svago. Un mondo che ora mi sembrava lontano secoli. Ma il viaggio è comunque qualcosa. È un modo per accendere la luce quando fuori è buio e non riesci neppure a mettere un piede davanti all’altro. Un modo come un altro per non scivolare nel nulla.


Misi in moto la Micra bianca e partii. Pioveva e faceva freddo. Le strade dell’entroterra ligure al confine con il Piemonte erano scure e viscide come la malinconia che mi strisciava dentro. Più mi allontanavo dal mare più mi sentivo invischiata in una terra che non mi apparteneva, con il suo gelo pesante come un cappotto che mi avvolgeva, una curva dopo l’altra. Le rare luci delle macchine che incrociavo sulla strada mi abbagliavano per pochi secondi. A tratti mi sembrava di perdermi, senza conoscere e riconoscere nulla, nell’ora più cupa a macinare chilometri.

L’insegna con la scritta Benvenuti a Montefosco visibile dalla strada e illuminata da una fioca luce giallastra mi ricordava i cartelli dei paesi abbandonati nei film americani. Nessuno. Non c’era nessuno in giro a quell’ora di sera. Solo una leggera nebbia lattiginosa che mi impediva di vedere con chiarezza intorno a me.


Posteggiai nel cortile sotto casa, curato nei minimi particolari. Non una macchina fuori posto. Nessuno spazio che non fosse misurato, le righe tracciate sull’asfalto delimitavano con meticolosa precisione le coordinate della vita. Il prato all’inglese intorno al parcheggio e le aiuole adornate di piante sempreverdi. Uno spettacolo per occhi tanto esigenti quanto invisibili.


Aprii il portone con il cuore in gola. Salii le scale a due a due. Inserii la chiave nella serratura che sembrava incepparsi. No, non ora! Fu solo un attimo. Era la mano tremante che non riusciva a farsi strada nella toppa per la paura di quello che avrei trovato una volta entrata. Premetti l’interruttore e la stanza si riempì di luce.


Come sempre entrare in casa tua era come varcare la soglia di un luogo magico: una camera delle meraviglie, mi ritrovai catapultata nel tuo mondo blu. All’ingresso fui accolta dalle allegre bambole di stoffa colorata dell’arte russa che mi davano il benvenuto. I Babbo Natale di legno, dai colori sgargianti, sulla credenza bianca, avevano l’aria rassicurante di un vecchio saggio che sa indicarti la direzione giusta. Un antico samovar dorato posto nell’angolo della sala metteva la voglia di gustare un the al gelsomino. Cavalli a dondolo di legno, piccole giostre e carillon. Ogni cosa era al suo posto. Su una parete i tuoi quadri urlavano la tua passione che esplodeva in mille colori: le tonalità di azzurro, verde, rosa, lilla e del viola accesi e brillanti, mischiati nelle figure di gitani in movimento che danzavano sotto la luna e le stelle di un cielo blu cobalto. Sulla parete di fronte le icone svettavano maestose, austere, in tutta la loro forza. Quella che tu non avevi più, come un Dorian Gray al contrario. Le immagini sacre brillavano dell’energia che avevi donato a loro. Più le immagini erano vive e più tu morivi, un poco alla volta.


Sulla mensola una matrioska sorridente mi invitava a rilassarmi e mi ricordava che c’erano infiniti mondi uno dentro l’altro, infinite emozioni e storie, dietro un sorriso un pianto e sotto un tormento una luce. Un gioco di incastri sapienti e di scoperte sempre nuove.

Quante versioni di te e di noi dovevo ancora scoprire?

Tu te ne stavi in silenzio, come sempre, acquattata nella tua tranquilla vita di provincia. Ogni volta che entravi in casa, ti spogliavi del mondo, lo lasciavi appeso all’attaccapanni. Fuori dalla tua camera delle meraviglie, lontano dalle icone alle quali stavi sacrificando la vita. Non c’era attimo che non dedicassi a loro.

Tranne quel giorno.


Non ti eri mossa dal letto. Mi aspettavi immobile, sotto le coperte, accoccolata su un fianco, potevo sentire il tuo respiro. E avvertii un sospiro di sollievo alla mia vista. Finalmente non eri più sola. Nessuna parola. Vedevo spuntare solo parte del viso e i tuoi occhi azzurri, lucenti nonostante tutto. Solo sguardi di intesa tra noi. Eravamo abituate così. Ti avrei portato al sicuro, lontano da lì, da quel paese ormai estraneo, in un luogo dove persone gentili ed esperte si sarebbero prese cura di te e dell’ultimo tratto di strada che ti aspettava. Ma le curve a gomito sono pericolose e riservano brutte sorprese quando non conosci bene la via.


Era l’anno della peste nera. L’anno che avrebbe sconvolto le vite di tutti.

Insieme andavamo incontro a un mondo sospeso e neanche lo sapevamo.

Avevo dormito accanto a te quella notte. A volte non resta che esserci, non si può fare altro.

La mattina dopo ti eri alzata prima di me, come se avessi riguadagnato po’ di forza. Mi avevano svegliato dei suoni sordi. Bam! Bam! Bam!, come colpi di martello. Mi precipitai di corsa nello studio. Stavi curva sul bancone da lavoro che, a confronto con la tua esile figura, sembrava ancora più grande. Ti eri fatta piccola piccola. L’ombra della donna robusta che sei sempre stata, eri diventata come l’ultima matrioska nel gioco di incastri della vita. E più il male ti scavava dentro, più ti trovavo bella. Forse, alla fine, con l’aiuto dell’arte, certe illuminazioni liberano l’anima e la alleggeriscono.


Cosa stai facendo, zia?

Senza rispondere proseguivi il tuo metodico lavoro.

Bam! Bam! Bam!

Con una mano componevi mucchietti di lapislazzuli e con l’altra stringevi un batticarne, di quelli pesanti, e li colpivi con forza crescente, fino a ridurli in polvere.

Una luccicante polvere blu.

Mi serve per finire l’icona, rispondesti.


Le pietre erano avvolte nella carta velina, dentro una ciotola di terracotta. Le afferravi a piene mani e ogni volta che immergevi le dita per afferrarle sentivo un tintinnio quasi ipnotico, mi ricordavano il tesoro dei pirati. Pietre di ogni dimensione, più piccole e più grandi, accomunate dallo stesso destino: diventare polvere, una luccicante polvere blu. Quante volte l’avevi fatto. Quante volte avevi fissato quella luce nelle tue preziose icone. Ti osservavo in silenzio, come un guardone avido, incapace di sottrarmi al vizio di rubare la bellezza altrui.

Spiavo ogni oggetto, ogni attrezzo che ti avrebbe aiutato a realizzare la tua arte.

Toccavo le boccette di vetro, appena panciute, che contenevano i pigmenti importati dalla Russia, dai nomi astrusi di minerali come nero pyrolusite, cinabro, minio realgar, ocra rossa novgorod, ocra rossa razan, carminio di cocciniglia, orpimento, malachite, ematite armena. Quelle polveri dal colore intenso, magnetico, che negli anni hai respirato e hanno penetrato la tua carne fino ad avvelenarti e farti consumare.

Non ti sforzare, sei esausta. Quando ti senti pronta, andiamo, dissi. E allungai una mano sulla tua spalla.


Lasciasti tutto lì: l’icona con l’immagine della Madonna in bianco e nero, disegnata sul legno di pioppo, appoggiata sul tavolo come un appuntamento rimandato.

Ci preparammo. Non erano nemmeno le sette del mattino.

Abbiamo raccolto le tue cose un po’ di fretta, come se non ci fosse più tempo. Come se la fretta ci mordesse le caviglie.


Nessuno sguardo nostalgico nei tuoi occhi. Solo la voglia di andare avanti, anche se andare avanti significava non esserci più.

È trascorso quasi un anno da quel giorno. Ripercorro la stessa strada di sempre.

Il paese sembra ancora più deserto. Non incontro nessuno per strada e dove prima regnava la perfezione ora c’è desolazione, vuoto. Il prato non è più all’inglese e le aiuole sono ricoperte di erbacce alte e secche. Tra i mattoni che portano alle scale spuntano ciuffi d’erba e qualche fiore lilla. Le macchine sembrano abbandonate, ricoperte di terriccio rosso, da quanto tempo nessuno le guida? Da quanto tempo se ne stanno lì, con le gomme sgonfie, fuori dalle righe della vita?

Provo ad avvicinarmi al portone.

Incrocio una signora che si muove con fatica. Ha le caviglie gonfie e violacee, porta i sandali ai piedi. Ha il volto coperto da una mascherina bianca, indossa occhiali che si appannano ad ogni respiro. Mi fa cenno di stare lontana. Dice che nel palazzo sono andati via tutti. Dove? domando. Alza le spalle. Qui non si può più stare. Manca tutto. Manca il lavoro. I negozi di alimentari hanno chiuso, sono falliti per colpa della pandemia e di tutto il resto. Siamo abbandonati, per andare a fare la spesa bisogna macinare chilometri.

Mi saluta. Non vede l’ora di rientrare fra le sue quattro mura, di chiudersi in casa. Le chiedo se ha bisogno di qualcosa. Alza di nuovo le spalle.

Di tempo, risponde. E se ne va.



Rientro nella tua camera delle meraviglie, ma non è più lo stesso incanto.

Dentro è tutto come lo abbiamo lasciato mentre fuori il mondo va in pezzi.

Raccolgo le tue cose. Indosso il tuo cappotto, i gioielli, mi ricopro di pietre, di bracciali d’argento e lunghe collane di perle e di ambra.

Qui è come se il tempo si fosse fermato. E io vorrei fermarlo ancora, prima di smantellare per sempre la scenografia della tua vita. Come si può distruggere l’incanto dell’armonia?


Mi avvicino al bancone da lavoro, tutto è come l’abbiamo lasciato quel giorno, con l’immagine sacra della Madonna della tenerezza, la tua icona incompiuta. A fianco ancora la polvere di lapislazzuli. Non ho il dono della tua arte. Non saprei come completare la tua preghiera. Chiudo gli occhi e rivedo i tuoi gesti.


Afferro il batticarne imbrattato di blu e incomincio a battere le pietre ancora intatte che avevi lasciato sul ripiano.

Bam! Bam! Bam! Un movimento ripetitivo, lento e poi veloce che mi impegna fino all’alba nella creazione d’una magia di granelli di sabbia blu.


Non so cosa farò di quella polvere luccicante, per ora la tengo stretta in un pugno, ci gioco, la sparpaglio nella boccia di vetro, ci affondo la mano, la raccolgo e lascio che scivoli via dalle dita.


Che ora sarà? L’ora blu. L’ora di un nuovo giorno.


Mi volto verso l’immagine dell’icona incompiuta e all’improvviso mi sembra perfetta così come è.






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