• Redazione TheMeltinPop

La Torre

di Arianna Destito Maffeo



Vivo nel centro storico di Genova ormai da un po’ di tempo. Per essere precisi: quattro anni, un mese, undici giorni e tre ore.

Mi sono fatta convincere da mio marito che allora era ancora il mio fidanzato.

All’inizio, nonostante provenissi da un quartiere tranquillo ma piuttosto soporifero, ero entusiasta all’idea di vivere in un luogo così ricco di storia e di fermento. Del resto, molti amici scrittori mi dicevano che le menti più vivaci e creative avevano vissuto proprio lì, tra i vicoli della città vecchia.


Dunque, la mia disposizione verso la nuova realtà non poteva che essere di apertura e allegria. Andavo incontro alla nuova vita con gioioso entusiasmo.

La prima volta che ho varcato il portone dell’antico palazzo dove avrei abitato ho avvertito da subito una strana forma di energia, una sorta di avvertimento che mi indicava che ero in un luogo particolare. Molto particolare.

L’immenso, massiccio portone, con la vernice scrostata, dal peso di un quintale per anta, con una minuscola porticina di accesso che sembrava respingermi ad ogni tentativo di entrare, era un segnale che avrei dovuto prendere subito sul serio.


Una volta dentro mi sono sentita improvvisamente avviluppata da un’aura decadente che mi ha sconcertato. Il mio compagno mi aveva avvertita che saremmo andati a vivere in un palazzo “quasi” medioevale, ma non immaginavo che l’espressione andasse presa alla lettera: a guardarmi intorno mi sono sentita catapultata indietro di qualche secolo. In un secolo buio. Il Medioevo, appunto.


«È un palazzo dei Rolli» ha detto lui spiando la mia espressione sorpresa e perplessa. Caspita, ho pensato di primo acchito, direi piuttosto dei Crolli, ma l’ho tenuto per me, non volevo rovinare il fascino di quell’atmosfera decadente. Dal Medioevo, passando attraverso Rinascimento, secolo dei Lumi e Romanticismo, si arriva dritto ai giorni nostri − in effetti è un attimo − e affacciandomi sul vasto androne scuro quasi mi aspettavo che mi venisse incontro Baudelaire con una candela in mano.

«E lamentati» direte voi «fai due passi e sei nella storia». Tranquilli, nessun mugugno, rispondo io.


Presa dal fascino dell’antico salgo lo scalone che dal piano terra conduce all’ammezzato e poi al piano nobile. Gradini di ardesia consumati, piagati da innumerevoli solchi centenari, che a un tratto si trasformano in scale di marmo che si restringono e salgono più ripide.


Mi guardo intorno, le pareti sono nude, l’intonaco non esiste più. Tracce di passaggi antichi, geroglifici da interpretare, qualche scritta qua e là e calcinacci sul pavimento.

Gli alti finestroni sono di legno, anch’esso scrostato, e a malapena si chiudono e, ça va sans dire, i vetri sono rotti.

È proprio questo il fascino, sembra dire mio marito con lo sguardo.

Finalmente, dopo ottantadue gradini, si arriva in casa.

Certo, le scale non sono il massimo della comodità, lo ammetto. Ma risparmio sulla piscina, non è proprio come nuotare, ma vuoi mettere che glutei tonici?


In pratica, è quasi come vivere in cima a una torre. Affascinante, certo.

Da togliere il fiato.

È come tornare a casa, stanchi dopo un lungo e faticoso viaggio: ti commuovi.


Succede ogni volta che rientri, soprattutto dopo aver fatto visita al supermercato. Carica dei pesanti sacchetti della spesa.

Ma è tutta una nuova dimensione di vita. Per esempio: a che ti serve la macchina? A niente. Nei caruggi mica circolano le automobili. E, se mai ti servisse, potresti sempre lasciarla a chilometri di distanza, raggiungibile passando sotto le suggestive e antiche mura. E se per caso ti sorprendesse un acquazzone improvviso, col cavolo che per ripararti troverai qualcosa che assomigli a una tettoia.


Ma questi sono dettagli, inezie.

Vuoi vivere nel cuore della Superba? E allora è questo il prezzo da pagare, sembra ricordarti ogni volta la Torre.

Ho ancora bello impresso in mente il giorno del trasloco.

Noi due, con gli scatoloni ammassati in casa, esausti e felici che scendiamo e girovaghiamo per i vicoli pieni di gente e di colori, di luci e scritte luminose, appese per le festività natalizie e in prossimità del Capodanno. Ci mischiamo tra la gente e andiamo a pranzo al Myo, ristorante cino-giapponese in vico San Matteo.

Respiravo già l’aria cosmopolita di una città multietnica ed esotica.

Per non parlare dei turisti con la cartina in mano che ti chiedono informazioni in tutte le lingue del mondo e chissà dove li mando, ogni volta che provo a spiegargli i percorsi dei caruggi in inglese!

Tutto questo è meraviglioso, mi dicevo in un totale stato di grazia.

Nel quartiere dove abitavo prima non ero certo abituata a vedere turisti. Anzi, alla domenica era un cimitero di saracinesche abbassate e di strade deserte stile The Walking Dead.

In via San Lorenzo invece è un pullulare di persone, a tutte le ore dei giorni feriali e festivi. Di ogni nazionalità.

E trascorrere il primo Capodanno nei vicoli, vuoi mettere? Sei già in centro!

Certo la confusione, le urla, i botti, i petardi ad altezza uomo, o nella migliore delle ipotesi ad altezza gambe. Gli oggetti che volano da un palazzo all’altro, cocci di bottiglia rotti.

Ma vabbè, capita solo una volta all’anno, no? Cosa vuoi che sia di fronte al fatto di vivere nel ventre della città, che ti accoglie, eccome se ti accoglie, ti ingloba, ti fagocita, tutti ti salutano, se vai a fare la spesa ti chiamano per nome, se non ti vedono da un po’ ti citofonano per sapere come stai, non sei mai solo, c’è ancora il vicino che ti chiede una testa d’aglio per il soffritto, o quello che ti invita per un aperitivo di quartiere, c’è quella del piano di sopra che urla dalla finestra di chiamare il cane così scende prima, perché usare il citofono?


I fruttivendoli sono sempre aperti e anche alla domenica, se ti viene voglia, puoi fare il minestrone in ogni stagione dell’anno.

Ogni tanto trovi mobili abbandonati per strada e un biglietto con su scritto: Se servisse a qualcuno.


Nel centro storico puoi tutto. Fare vita sociale o ritirarti definitivamente a vita privata. Basta incrociare vie sconosciute nelle quali perderti e diventare invisibile.

E poi, che dire della movida notturna? I locali, le trattorie caratteristiche, piazza delle Erbe, piazza delle Vigne, le birrerie, il Kowalsky, le pinserie, le inaugurazioni di mostre nelle gallerie d’arte, tirar tardi sotto casa (degli altri).

Gruppi di giovani, anzi, giovanissimi, che a tarda notte, dopo massicce dosi di alcol scadente e marijuana, si trasformano in Gremlins e iniziano a intonare cori da stadio e a prendere a calci le saracinesche chiuse, a dichiarare guerra agli abitanti che in preda alla disperazione rispondono con lanci di acqua o peggio di uova dalle finestre. Dando il via a una vera e propria guerriglia urbana che culmina con ragazzi con la bava alla bocca che scardinano citofoni e sradicano cartelli della segnaletica stradale.


Ma tutto questo vale il centro storico, no?

Anche essere aggrediti in un tentativo di scippo che non è riuscito grazie al fatto che la mia borsa è troppo pesante per essere strappata da un ladro di medie dimensioni. E mio marito, che non si è accorto di nulla.

O forse vale uscire il sabato e la domenica mattina e trovare i resti della movida: bicchieri di plastica accatastati uno sopra l’altro o in fila indiana sui muretti imbrattati di scritte, muretti che le belle arti ti proibiscono anche di sfiorare con un dito, ma che di fatto nessuno protegge. Residui organici di dubbia natura qua e là. E un silenzio post apocalittico.


Insomma, i vicoli sono terra di nessuno, altrimenti che razza di città vecchia sarebbe se non fosse così?

Certo alla lunga le scale pesano. E la decadenza del palazzo fatiscente, diciamolo, ha un po’ rotto le scatole, perché ricorda quei settantenni che si vestono da adolescenti con i jeans strappati e che passano direttamente dalla sindrome di Peter Pan alla demenza senile.


Ma tant’è. È il luogo dove mi sono sposata. Dove sono venuti a prendermi in risciò. Mica potevo rischiare di incastrarmi con il tacco tra le pietre e il selciato sconnesso dei caruggi.

Certo non dimenticherò mai lo sguardo attonito di mia zia, quel giorno, quando l’ho vista presentarsi alla mia porta. Lo sguardo perso, una mano al petto e l’altra aggrappata allo stipite per reggersi e non stramazzare al suolo, e poi boccheggiante che si tuffava sul divano esausta per la fatica di aver salito le scale.


Temevo di dover saltare la cerimonia vedendola in quello stato.

«Pensavo fossi abituata a camminare» ho provato a sdrammatizzare.

«Sì, a camminare, ma questo è un tentato omicidio» ha risposto.


Non c’è niente da fare, è l’effetto che fa questa casa: lascia senza fiato. Tutti quanti.

Sarà per questo che nessuno viene a trovarci. Al massimo, una volta soltanto. Poi spariscono.

«Complimenti per la casa» declamano pieni di entusiasmo. Ma io lo so cosa pensano in realtà. Come quando vai in vacanza e dici: bello, ma non ci vivrei.


Sarà per questo che i tecnici delle linee telefoniche e gli idraulici, quando scoprono dove abitiamo, al telefono sospirano e bestemmiano sottovoce.

Insomma, in tutti questi anni sono arrivata a una conclusione: io amo il centro storico, ma credo sia lui a non amare me.

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