• Redazione TheMeltinPop

L’omonimo



di Eugenio Ercolani


(Ovvero come due numeri spostati possono turbare la vita di una persona onesta)


Correva l’anno…. tanti anni fa. Io compievo 21 anni, e a quell’epoca l’Esercito pubblicava sulle strade gli elenchi dei convocati alla “visita di leva”. Rimasi stupito nel vedere due Rossetti Eugenio, ma non ci feci caso più di tanto. Così un giorno mi ritrovai in uno stanzone enorme, nudo come tutti, insieme a un centinaio di coetanei. La visita si articolava nel modo seguente: per prima cosa ti davano un’occhiata generale e qualche manata qua e là; poi ti facevano girare ed inchinare, e due manacce ti allargavano le natiche per scrutarti il retto. Poi, ritornato in posizione eretta, le stesse due manacce ti infilavano due dita in bocca, ti dilatavano le guance e ti scrutavano la gola. Le due manacce erano le stesse dell’operazione precedente.

Ma il bello era che decine di miei predecessori erano stati scrutati nello stesso modo e negli stessi luoghi dallo stesso ufficiale medico…e che altrettanti avrebbero subito lo stesso trattamento dopo di me. Poi, siccome gli organi genitali sono per i militari evidentemente la parte più importante da controllare, l’ufficiale medico mi mise una mano sotto ai testicoli e mi infilò un dito nell’inguine, dicendomi ‘tossi!’volendo invitarmi a tossire. Io tossii; l’ufficiale successivamente mi infilò una siringona nel petto per la famosa iniezione “contro tutte le malattie” come sa bene chi ha fatto la leva militare. Non ci giurerei perché è passato tanto tempo, ma mi sembrò chela siringa fosse sempre la stessa, tanto che quando toccò a me l’ago in un primo tempo rimbalzò sul mio petto prima di infilarsi nella cute. Ma forse ricordo così perché ero molto teso…

Ciò fatto, l’ufficiale chiese a un collega di sostituirlo un attimo, (con sollievo di quello che mi seguiva nella fila, che si sarebbe visto esaminare da mani ancora immacolate,) e mi invitò a seguirlo ad un tavolino adiacente. Qui scrisse qualcosa su un foglietto di carta intestata, lo firmò e lo timbrò, poi me lo diede dicendomi: - Domani devi annà ar Celio perché c'hai l’ernia! Tutto questo dopo avermi solamente infilato un dito vicino ai testicoli….

Io non feci tante storie anche perché intravedevo il sogno di un possibile esonero dal servizio di leva.

Il giorno seguente mi recai al Celio, l’ospedale militare di Roma, tutto trepidante per l’imminente buona notizia. Qui mi fecero controlli molto più accurati, inclusa una radiografia, poi consultarono il tutto e mi dissero: - Ma che ce sei venuto affà qui, tu nun ciai gnente! Così me ne tornai sconsolato a casa. E per la prima volta pensai che forse il medico si era confuso con il mio omonimo, che probabilmente aveva avuto qualche raccomandazione. Fu la prima volta che pensai a lui come a un soggetto non molto normale, se poteva arrivare a farsi raccomandare a quei livelli. Fu il mio primo pensiero del genere. Ma il meglio doveva venire….


Qualche giorno dopo mi recai all’anagrafe comunale in via del Teatro di Marcello, per richiedere un certo documento che mi serviva per una pratica. Arrivato a casa lessi il documento, e vidi che alcuni dati non corrispondevano, in particolare la residenza e la data di nascita. Questa in particolare richiamò la mia attenzione: lui era nato il 13.7.XY (rispetto della privacy) ed io il 7.12.XY. Cioè stesso anno di nascita, ma giorno e mese praticamente invertiti. Il giorno seguente tornai a fare la coda all’anagrafe, e dopo aver segnalato l’errore mi dettero il certificato con tutti i miei dati esatti, ritirando quello errato.

Un mese dopo tornai all’anagrafe per ritirare un altro certificato, e di nuovo mi dettero quello sbagliato. Essendo ormai sul chi vive, chiesi all’addetto di darmi il certificato giusto, e gli chiesi spiegazioni dell’errore ripetuto. L’addetto mi rispose che al video comparivano nome, cognome e anno di nascita. L’anno era lo stesso, ma poiché l’altro era nato prima di me la macchina estraeva per primo il suo certificato, e loro non controllavano gli altri dati, ovviamente. Ignoravano che in matematica quasi uguale vuol dire diverso, ma matematica e burocrazia non parlano la stessa lingua. Non ebbi altri segnali per molto tempo. Ma dopo qualche anno arrivarono, e come!


Quattro anni dopo l’inizio di questo racconto mi sposai. Gabriella aveva avuto in dote dai fantastici genitori un appartamento, dove andammo ad abitare. Facemmo installare il telefono, che facemmo intestare a me. Così il mio nome finì sull’elenco telefonico, cosa allora obbligatoria. E fu l’inizio dei guai veri.

Per cominciare qualche mese dopo arriva una telefonata: - Aho’, so’ Giuseppe! - Chi è scusi? - So’ Giuseppe Traini (nome di fantasia,) er carrozziere! Quanno me vieni a paga’ ‘sto conto? - Scusi c’è un errore, io non la conosco e non ho fatto eseguire alcun lavoro di carrozzeria da tre anni!!! Seguirono un po’ di mugugni e minacce non tanto velate, poi il carrozziere mise giù.


Io ero neolaureato in cerca di un lavoro adeguato. Avevo un caro amico, di origini lucane, Antonio T. Durante i nostri anni del corso di laurea in ingegneria ci eravamo frequentati molto, e lui, esule dalla sua terra natia, veniva spesso invitato a casa mia a passare qualche ora e a mangiare qualche piatto di spaghetti insieme. Questo ragazzo, Antonio, era la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, ed ancora lo è. Delle volte sembrava che ti leggesse nel pensiero. Lui, laureatosi un anno prima di me, invece già lavorava per una importante società italiana di ingegneria, che aveva molte ramificazioni all’estero. Una volta che doveva andare due giorni a Milano mi propose di accompagnarlo, suo ospite. Io lo accompagnai felice, e di giorno me ne andavo a Piazza del Duomo mentre lui faceva i suoi incontri di lavoro. In quei giorni a Milano recitava una compagnia di varietà guidata da Renato Rascel. Antonio conosceva un attore della compagnia, suo conterraneo. Lo andammo ad aspettare davanti alla “Stage door”, l’uscita degli attori, e ci furono grandi abbracci e pacche sulle spalle, nonché entusiastiche proposte di cenare assieme. Così andammo a mangiare il risotto alla milanese ed altre delizie accompagnate da idonee bevande, per cui Antonio ed io tornammo in albergo verso le due di notte e ci mettemmo a dormire esausti per le risate e per qualche bicchiere di vino. Verso le tre squilla il telefono. Era il portiere: ‘Sta venendo su gente per voi’! Il tempo di attaccare il telefono e arriva una bussata imperiosa alla porta. Apro e vedo entrare due poliziotti in divisa, entrambi con la sigaretta accesa. A uno dei due pendevano le manette fuori della tasca della giacca. - Chi è Rossetti Eugenio? - Sono io… perché? - Le dobbiamo fare qualche domanda! - Scusate ma non potete tornare domattina? Siamo tornati alle due…. - Lo sappiamo, lo sappiamo…. (si erano informati dal portiere di notte.) Lei dove abita? - A Roma, via pinco pallino 15 - Ha detto via Garibaldi 21? E io, alzando la voce, spazientito. - No, ho detto via pinco pallino 15!!!!! Mi chiedono di esaminare il mio documento, lo guardano e se ne vanno brontolando non so che a proposito di ulteriori controlli.

Io rimasi di stucco. Anche perché speravo in un appoggio di Antonio per entrare nella grande Società dove lui già lavorava, e l’idea che mi potesse ritenere un pregiudicato non mi avrebbe certamente facilitato (anche se questa idea non gli era minimamente frullata per la testa, conoscendomi come mi conosceva.)


Seguì un periodo di calma, bruscamente interrotto dall’episodio della motocicletta. Con i primi soldi guadagnati lavorando per una Società (per entrare nella quale Antonio mi aveva dato una bella mano,) mi ero comprato una bellissima moto Honda 750, quella con i quattro scappamenti, due per parte, sicuramente nella memoria degli appassionati. Un giorno dovevo partire per un viaggio all’estero con un volo in partenza da Fiumicino alle 12. Ritenni opportuno recarmi prima in ufficio, che era sul tragitto tra casa mia e l’aeroporto, e da lì prendere un taxi per Fiumicino, lasciando la moto ben lucchettata nel garage della Società. Quando tornai, un giovedì di venti giorni dopo, la moto non c’era più. A causa degli impegni urgenti accumulatisi durante la mia assenza potei andare al Commissariato di zona per fare la denuncia di furto solamente il lunedì successivo. Le mie risposte alla classiche domande dell’agente verbalizzante furono le seguenti: Domanda: - Quando è avvenuto il furto? - Tra il 3 e il 23 di questo mese di giugno. - E lei si presenta solo oggi, 27giugno! - Scusi, ma oggi è lunedì, io sono rientrato dall’estero il 23, c’è stato il fine settimana, e nei due giorni precedenti ero sovraccarico di lavoro arretrato. - Ma lei si rende conto delle responsabilità che si è preso, se il ladro compiva qualche azione illegale con la sua moto in quel periodo lei sarebbe stato coinvolto! - Non me ne ero reso conto, ma siccome non è successo nulla, ormai sto tranquillo. L’agente per poco non si mangiò la sigaretta senza filtro che stava fumando, poi sputacchiando briciole di tabacco mi chiese in malo modo di firmare il verbale, e quindi mi invitò, anzi praticamente mi intimò, ad andarmene.


Per i pochi lettori che non hanno mai subito il furto di un autoveicolo preciso che, per avere il rimborso da parte dell’assicurazione, il derubato deve presentare un “Modulo di chiusa inchiesta” compilato dal commissariato di zona dove è stata effettuata la denuncia. Passavano i giorni e questo modulo non era mai pronto. Invece un pomeriggio arrivò a mia moglie una telefonata del commissariato di zona nel corso della quale le vennero rivolte strane domande. Ma che vita fa suo marito, che amici frequenta, a che ora rientra a casa la sera, e simili. Gabriella rispose asciutta e un po’ seccata e al mio rientro (alle 20.15…) mi raccontò il fatto. Mangiai subito la foglia, come si usa dire, per cui il giorno seguente, sabato, alle nove ero al commissariato e chiesi di parlare con il Commissario. Questi era ovviamente occupato e non mi poteva ricevere. Io calmo, mi avvicinai a una sedia e mi sedetti dicendo "È sabato, io non ho fretta, aspetto che il Commissario si liberi". Dal mio tono capirono che non mi sarei arreso. Infatti dopo una quindicina di minuti fui chiamato a cospetto del Capo, il quale mi chiese che cosa desiderassi. Fui conciso: siete degli incompetenti e superficiali, non sapete distinguere tra due date un poco diverse ma non uguali, state indagando su di me invece che sul furto, e l’unica indagine che avete fatto finora è stata una telefonata del cacchio a mia moglie, ponendole domande che avrebbero anche potuto preoccuparla. Aspetto la consegna della chiusa inchiesta entro tre giorni dopo di che mi rivolgerò al Dr…. (il nome del questore, che avevo letto sui giornali) che è stato mio compagno di scuola e mi conosce bene.

Fui invitato ad aspettare in sala di attesa, e dopo mezz’ora mi fu consegnato il modulo “solamente perché avevo aspettato molto tempo, non certo per il mio atteggiamento arrogante di poco prima”. E nel consegnarmi il foglio, l’agente mi disse: “certo, con quell’omonimo che ha…” Mi mangiai la lingua per non incorrere nel reato di offesa a pubblico ufficiale e me ne andai senza salutare.


Passarono dei mesi tranquilli. Ma ci si mise di mezzo anche la banca presso la quale avevo il conto corrente. Mi telefonarono dicendomi che avevo versato un assegno di rimborso di tasse con il codice fiscale sbagliato. Andai lì, ritirai l’assegno emesso dalla Banca d’Italia, e lo versai pari pari ad un’altra agenzia della stessa mia banca, dove fu incassato senza problemi; nessuno aveva controllato il codice fiscale. La storia si ripeté, in modo identico, pochi mesi dopo. Allora io scrissi all’ufficio Imposte e alla Banca d’Italia segnalando il disguido e chiedendo un sollecito intervento correttivo. Uno dei due istituti mi rispose declinando ogni sua responsabilità, l’altro neanche rispose. L’episodio comunque non si ripeté, perché io in genere le tasse le pagavo, non le riscuotevo, salvo quei due rimborsi.

Una mattina mi chiamò al telefono il Direttore della banca suddetta, per la precisione Il Banco di Santo Spirito, agenzia di Piazza Mazzini. Eravamo buoni amici. - Rossè’, qui c’è un assegno di dieci milioni (di lire, bei tempi…) che va protestato! - Guarda che sarà il mio omonimo… E lui, visibilmente sollevato: - Ah, c'hai un omonimo? Meno male, sennò era un guaio…. Ovviamente il credito bancario concessomi (detto ‘fido’,) lo aveva autorizzato lui e il guaio lo avrebbe seriamente coinvolto….. E la cosa, per quanto mi riguardava, finì lì.

Ma le telefonate non erano solo di creditori insoddisfatti o di questurini disattenti o di banche. Un pomeriggio arrivò questa, sempre a mia moglie: - Voce di donna: posso parlare con Eugenio Rossetti? - Gabriella: mi dispiace, mio marito non c’è. - Come suo marito!!!! Lo sapevo e mi ero accorta che era un mascalzone, si è fidanzato con mia figlia!!!! E Gabriella: - Da una parte la tranquillizzo perché mio marito è sposato e non ha fidanzate, mentre sappiamo dell’esistenza di un suo omonimo, però le devo anche dire che l’omonimo è ricercato dalla polizia… - Clic

Dopo quel fatto mia moglie si ricordò che aveva un vecchio amico che era diventato un funzionario di grado elevato alla questura di Roma. Chiese un appuntamento, spiegammo il tutto e lui disse: - Noi non abbiamo nessun potere certificatorio, non possiamo rilasciarle un documento che certifichi che lei è un omonimo di un altro. Le consiglio soltanto di procurarsi un certificato di battesimo col nome dei quattro nonni e portarselo sempre dietro. E comunque vi dico che la storia sta per finire, perché quel tale si è fidanzato con la figlia di un mio amico direttore del Ministero tal dei tali, e il mio amico, insospettito, mi ha chiesto notizie, che ovviamente potete immaginare quali fossero; per cui penso che a breve lo prenderemo.

Ma non fu così. L’omonimo era più furbo della polizia. (Prego il lettore di astenersi dal commentare tra sé e sé ‘capirai che sforzo’!!!)

Comunque passammo alcuni mesi tranquilli... tranquillità che dovetti scontare… Infatti il meglio doveva ancora venire.


Una domenica pomeriggio mi telefona il Commissariato dei C.C. di zona, Via Vigese, vicino casa mia. - Sig. Rossetti, sono il maresciallo Tal dei tali della Caserma di Via Vigese, lei abita sempre lì in Via Pinco pallino 15? - Si, maresciallo, perché me lo chiede? - No, sono controlli di routine che noi facciamo periodicamente sui nostri residenti… - Marescia’, mi stia a sentire: io sono un ingegnere, e questa telefonata di domenica pomeriggio non è affatto di routine. L’avviso che io ho un pregiudicato che si chiama come me, ed è ricercato per reati contro il patrimonio. Se c’è qualcosa di strano me lo dica, io vengo lì munito di documenti e le dimostro che sì tratta di omonimia… Lui, un po’ incerto: - No, stia tranquillo sono accertamenti saltuari sui nostri residenti. E ci salutammo.

Anticipo una notizia, che appresi durante le vicende successive che sto per raccontare: un giudice del tribunale di Roma aveva chiesto alla caserma C.C. del tribunale stesso di ricercare un Eugenio Rossetti, Amministratore delegato della Srl ABCD. E i solerti militari vestiti di nero con la banda rossa sui calzoni avevano risolto il problema aprendo l’elenco del telefono!

Infatti il sabato mattina si presenta in casa una signora dal tono alquanto sostenuto, che mi domanda: - È lei Rossetti Eugenio?

- Si, dica. - Le consegno un mandato di comparizione emesso dal tribunale di Roma per bancarotta fraudolenta di 200 milioni di lire. Le faccio vedere un documento con la mia data di nascita, ovviamente diversa da quella che compariva sul mandato. Capì subito, e mi chiese scusa. Poi aggiunse: guardi che le è andata bene, perché se la bancarotta fosse stata di un importo superiore invece di un mandato di comparizione le sarebbe arrivato un mandato di arresto, e al posto mio ci sarebbero stati due carabinieri che l’avrebbero portata a Regina Coeli (il carcere di Roma più noto,) e lei sarebbe stato lì per tre giorni senza vedere nessuno, a macerarsi fino al giorno dell’interrogatorio….

E così qualche giorno dopo dovetti andare in tribunale accompagnato dal mio avvocato. Entra il Giudice: - L’imputato c’è? E io, incredulo: - Sarei io…. - Come ‘sarei’ !!!

Spiegai al Giudice la mia versione, questi consultò dei documenti oltre al mio, mi chiese subito scusa e bofonchiò qualche giudizio non proprio lusinghiero nei riguardi dei carabinieri che avevano eseguito la brillante operazione. Tornando a casa dissi al mio avvocato che avrei voluto denunciare il Maresciallo autore di quel controllo telefonico la precedente domenica pomeriggio. Lui mi dissuase, dicendomi ‘Ma dai, è un padre di famiglia oberato di lavoro, lascia perdere…’ Ed io lasciai perdere. E me ne pentii.


Infatti un sabato mattina suona il telefono del mio studio. Ero solo, rispondo io: - Eugenio Rossetti? Ingegneeeree!!!! (come per dire: ti dai pure le arie…) - Chi parla? - So’ Marco Rubini (nome di fantasia) - Ma io non la conosco! - Ah, ma quando t’ho dato i sòrdi me conoscevi!!!!! - Guardi che io ho un omonimo così e così, forse si sbaglia con lui.. - Si, si, dite tutti così! Scenni coi sòrdi, sinnò so’ cavoli tua!!! - Ma io non ho soldi in tasca, e comunque non le devo nulla! - Scenni e sbrighete!!!

Per cercare di chiarire la vicenda gli detti un appuntamento dopo mezz’ora lì vicino, in via Vigese, sede della a me ben nota caserma dei CC. Salii e chiesi di parlare col maresciallo, al quale chiesi se poteva mettere qualcuno di guardia perché ero minacciato. - Ah, lei vorrebbe la scorta privata!!!!! Con aria indignata. - No, io ho un appuntamento qui sotto con uno strozzino che mi ha minacciato. E lei saprà come operano gli strozzini. Le chiedo solo di mettere un carabiniere dietro a una finestra per controllare che non mi succeda qualcosa…. - Ma lei sta scherzando! - No, non scherzo. E mi pento di non averla denunciata per quella volta che lei mi scambiò in modo vergognosamente superficiale con un mio omonimo, e per colpa sua sono finito in tribunale imputato di bancarotta. Si scusò un po’ impappinato, (evidentemente si era preso qualche cazziatone per l’indagine che mi aveva coinvolto,) ma comunque mi licenziò senza assicurarmi nulla.

Io aspettai una mezz’oretta lì sotto, ma non si fece vivo nessuno. Vidi una macchina passare rallentando, probabilmente lo strozzino era lì dentro e si era reso conto che non ero io. Comunque guardando in su vidi una tendina di una finestra della caserma che si scostava, segno che dietro c’era qualcuno che sorvegliava.

Quella volta mi spaventai veramente, perché uno strozzino che reclama i suoi soldi usa metodi molto coercitivi per convincerti a pagare. In altre parole manda qualcuno a darti un sacco di legnate. Ma non viene lui, manda un sicario che non ti conosce e quindi di carica di botte solo perché consce il tuo indirizzo, ma non il tuo viso.

Gli avvenimenti gravi finirono così, ma non le molestie.


Mi avvicinavo all’età della pensione, decisi di occuparmi della riunificazione dei contributi pensionistici (quasi tutti INPDAI, Istituto Previdenziale Dirigenti di Aziende Industriali, 4 o 5 anni INPS, oltre ai 5 anni del riscatto degli anni di laurea ). L’INPS era aperta di sabato mattina, così un sabato mi recai da loro e chiesi di voler formalizzare la pratica di riunificazione dei contributi. Mi fecero aspettare un po’, poi mi dissero che al momento la pratica non era agibile, di tornare dopo qualche giorno. Due sabati dopo, stessa identica storia. Sono andato all’INPS ogni due settimane per un anno. Una volta un impiegato mi disse: - Ma intanto mica deve andare in pensione adesso… Non fu difficile rispondergli che se non venivo a capo della vicenda quando ero nel pieno delle mie forze figurati all’epoca della pensione!!! Comunque per quasi un anno ogni quindici giorno sono andato lì, ricevendo il consueto rinvio. Una mattina vedo un distinto signore entrare in una stanza che recava la scritta Direttore. Utilizzando l’espediente che si era dimostrato efficace già al commissariato, ho preso una sedia, l’ho messa davanti alla porta del direttore e mi sono seduto dicendo ad alta voce: - Io da qui mi sposto solo se viene la polizia. Voi non mi toccate sennò vi denuncio!

Passano pochissimi minuti, la porta si apre e il distinto signore mi chiede molto garbatamente: - Vuole parlare con me?

Entro, gli espongo i fatti cono tono garbato ma esasperato. Lui comincia a fare numeri di telefono, a pigiare campanelli, a dare disposizioni, finché arriva un impiegato con il mio libretto INPS in mano. Lì uno stronzo aveva barrato la mia data di nascita con una biro rossa, (ce l’ho ancora davanti agli occhi,) e sotto aveva scritto, probabilmente con la stessa biro rossa, la data di nascita dell’omonimo. 35 anni di contributi da Dirigente d’azienda finiti nel libretto di un mascalzone che in tutta la sua vita aveva lavorato sei mesi come cameriere!!! Il direttore mi porse scuse ed assicurazioni, ed io: - Vede direttore, sto combattendo da un anno per colpa di un deficiente che dipende da lei. Ora dovrei rovesciarle questo tavolo addosso e finirei sui giornali, mentre dovrei avere un encomio perché non lo faccio! - Ha ragione mi scusi provvederemo al più presto. Il giovedì successivo mi arrivò la comunicazione dell’avvenuta ricongiunzione dei contributi e del riscatto degli anni di laurea.


Questa lunga semidrammatica e a tratti buffa storia finisce qui. Purtroppo finì male anche per l’omonimo, che fu arrestato. E come? Per una misera storia di compravendita di un’auto usata, nel corso della quale era uscito fuori il suo nome in qualche posto dove qualcuno conosceva i suoi precedenti. Davvero una fine misera, dopo tutti i guai che aveva combinato.





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