• Redazione TheMeltinPop

IL POSTO




di Antonella Grandicelli


L’Adelaide era così. Di lei sono fatti il mio nome e l’essenza del mio sguardo sul mondo: l’unica eredità di cui ho avuto bisogno, quella che lei ha voluto per me. Era la madre di mio padre, nata e vissuta in quell’ultimo lembo di terra ligure che è la stretta valle del Bevera e di quella terra sembrava avere il carattere. Occhi scuri come il fondo delle notti senza luna, mani ruvide e solcate da fessure, corpo squadrato e altero, lingua severa e tagliente.

China a strappare le erbe e gli aromi tra i muri assolati ricamati dai capperi, figura scura e operosa nel blu di un cielo accecante, dallo scosceso saliscendi degli abrighi mi arriva il suo ricordo e quello delle estati passate a scrivere la mia infanzia. Se chiudo gli occhi risento i suoni dell’aria in discesa tra i vicoli, il tonfo agile dei miei piedi a saltare le pozze e lo sguardo secco dell’Adelaide che dall’alto delle strette vigne scortava i miei passi.


In quelle estati il mattino mi arrivava nelle orecchie con il suono profondo della campana della chiesa. Scendevo gli scalini esterni che dalla stanza dove dormivo portavano nella cucina. Lì il latte bolliva sulla stufa economica, accesa con le pigne secche e ravvivata con la sansa delle olive. Il sole che entrava sbieco dalla finestra andava a gettarsi sul tavolo dove giaceva a riposare l’impasto per la torta di zucchine trombette. Io mi sedevo e in silenzio la guardavo mentre con l’aria di un antico druido mescolava le erbe che aveva raccolto nell’orto e il profumo del ripieno si addensava nell’aria. Poi prendeva una delle tante chiavi che teneva nella tasca del grembiule, apriva un armadio e sceglieva una piccaggia pulita da mettere sopra l’impasto per lasciarlo riposare.

Quel suo grembiule scuro era la sua divisa, la sua armatura, la cassaforte del suo mondo. Perché era lì che custodiva il mazzo enorme delle chiavi. Aveva una chiave per tutto, porte, scansie, credenze, armadi, cantine, comò. Aveva chiavi di tutte le dimensioni e di tutte le fogge. Il suo era un regno a cui solo lei aveva accesso e il valore dei suoi tesori domestici lo misurava dalla loro accessibilità preclusa alla mano altrui.


L’Adelaide era una cuoca sopraffina. Per tanti anni aveva risalito a piedi la valle per passare il confine ed arrivare al di là della frontiera, dove andava a cucinare per la famiglia benestante di un medico, mentre suo marito e i suoi figli lavoravano la terra, curando gli ulivi, i limoni, la vigna di Rossese. Aveva resistito alla guerra, ad un figlio prigioniero in America, ad uno nei campi di prigionia tedeschi, al più piccolo scampato ad un massacro nazista di cui il paese portava l’asciutta ferita nel cimitero. Poi il tempo era passato, il marito se l’era portato via l’asma e i figli erano andati a cercar fortuna altrove, mentre lei era rimasta. Come se di quella terra fosse pietra d’angolo, come se la tenesse in piedi. Con la sua fronte ripida, con le sue chiavi.


Mio padre era l’unico che rispondeva al suo richiamo imperioso e che, nei giorni di riposo dal lavoro, ritornava per darle una mano. Prendevamo il treno per Ventimiglia alle due del mattino e da lì una vecchia corriera per risalire i pochi chilometri verso l’interno. Secondo le stagioni, raccoglievamo le olive, piccole, scure, violacee come gli occhi dell’Adelaide, o i limoni, luminosi e profumati come i sentieri per raggiungerli. Poi lui ripartiva e mi lasciava al suo affetto scabro, asciutto di sorrisi e di banalità sdolcinate e alla libertà inebriante di un territorio da esplorare.

Nulla mi vietava, nulla mi rimproverava, l’Adelaide. Con una vociante banda di ragazzini scorrazzavamo nella perpetua penombra delle viuzze strette, oltrepassavamo i fossi, scendevamo al fiume per pescare le anguille con un vecchio ombrello. Gliele portavo e lei era felice. Di una felicità imperturbabile, senza pieghe, senza schiocchi.

Tutti la conoscevano, lei era nata lì, tra quelle pietre. Tutti la rispettavano e la temevano, lei era fatta di quelle pietre. Ricordo i silenziosi duelli con la vicina nostra dirimpettaia, una monegasca della sua età, abitante ormai da anni nel paese ma per lei per sempre foresta, portatrice del peccato originale di non aver respirato alla nascita l’aria schietta di quei suoi monti.


Quando il raccolto dei limoni era fatto, si andava a Ventimiglia per scambiarli con sale e farina. La mattina aspettavo con lei sulla piazza il suono bitonale del clacson della corriera, che, addentratasi nelle strette curve della valle, così annunciava il suo arrivo da lontano. L’autista prendeva tutti i fagotti e le merci dei passeggeri – frutta, verdura, olio – e li metteva in un carrello attaccato dietro. Partivamo così per quella sorta di gita verso la città, pressoché in silenzio, perché anche per le parole l’Adelaide non amava lo spreco. E forse anche i suoi pensieri erano un tesoro e per l’accesso conservava una chiave nel fondo del grembiule.

Svolto l’impegno di barattare i nostri beni, si passava a salutare il figlio, mio zio Francesco, che aveva un banco di fiori sul mercato e a detta di molti era il miglior innestatore di rose di tutta la Riviera. Quattro chiacchiere parche, uno scambio veloce di notizie – degli affari, del paese, dei nipoti – ed era già l’ora di tornare nel mezzogiorno assolato. Mentre camminavamo vicini, lei già vecchia e così solida, la pelle come corteccia d’ulivo, la osservavo di nascosto cercando di capire se la sensazione che mi dava la sua presenza fosse più timore o profonda sicurezza. Allora non lo sapevo, ma probabilmente era orgoglio.

Poi arrivava la corriera, caricavamo le scorte nel carrello e salivamo. La corriera spesso era piena, soprattutto il sabato. Un ragazzo già seduto aveva occupato il posto a fianco al suo con il cappello, forse in attesa di un parente o di un amico. L’Adelaide si era avvicinata e il ragazzo aveva intuito la sua intenzione di sedersi nel posto occupato dal cappello.

- Mi scusi signora, è occupato.

L’Adelaide, con quei suoi occhi più scuri del fondo di un pozzo, con le labbra sottili, la fronte ripida, l’aveva guardato e aveva aperto i suoi pensieri con la pesante chiave di una vita tagliata a vivo dall’esigenza di tenersi stretta l’esistenza tra le dita.

- Giovanotto, il posto lo tiene il culo.

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