• Redazione TheMeltinPop

I due rami

di Isabella Nicora




Il guardiano avrebbe potuto regolare l’orologio al rumore dello scricchiolio che le sue scarpe producevano sulla ghiaia del viale principale. Ore sette e venti del mattino ed era già fuori in attesa, a una distanza di qualche decina di centimetri dall’imponente cancello verde.

Teneva sempre la testa appena reclinata verso sinistra, lo sguardo un po’ abbassato, come se stesse cercando qualcosa a terra senza riuscire a trovarla, con quella perenne espressione dall’assente al tormentato che galleggiava fluida negli occhi azzurri.

I capelli le sfioravano le spalle, le punte con una reminiscenza di castano sbiadito, svelavano colorazioni di vanità che al prossimo taglio sarebbero scomparse per sempre. Il viso allungato era incorniciato da ciocche che andavano dal candido al grigio perla. Nel collo le corde guizzavano tese, simili ai nervi nascosti sotto la pelle delle mani che reggevano i fiori in una morsa ferrea, del tutto superflua per trattenere i rami leggeri.

Il lillà fiorisce da aprile a maggio ma a volte la fioritura si prolunga nel mese successivo, secondo come il periodo intende proseguire, se mantenere il clima gradevole della primavera prolungando così lo sbocciare dei grappoli profumati.

Il rincorrersi delle stagioni non suscitava alcun interesse in Cristina; che piovesse a dirotto o che la canicola arroventasse l’asfalto, non faceva alcuna differenza.


Non aveva teli da mare sbiaditi dal sole, da cui scrollare via la sabbia e poi lavare. Non aveva doposci da pulire e riporre per l’inverno successivo.

Non aveva jeans ostentanti una falsa vita vissuta, da non stirare e sui quali guai rammendare gli strappi. Non aveva magliette variopinte da ripiegare nei cassetti. E non doveva più riordinare il ripiano a fianco al lavabo del bagno, dove ombretti e rossetti lasciati aperti sprizzavano gioia con i loro colori intensi.

Viveva una fittizia serenità, soltanto nel periodo in cui la natura le permetteva di recarsi in giardino e, come apprestandosi a compiere un rito, tagliava i due tralci odorosi: l’insolito ramo bianco e quello violetto. Per lei.

Durante quel breve ciclo, fluttuava in una specie di limbo, dove all’interno si trovavano ancora e soltanto loro due. La vegetazione rigogliosa che riprendeva in mano il legittimo diritto di rivestire la terra, ricopriva anche le brutture e le deformità della vita gratificandola di un sollievo temporaneo.


Gaia aveva sempre manifestato una passione per il lillà, fin da quando era bambina. Aspettava la fioritura osservando attenta la pianta, e ogni giorno accarezzava i minuscoli boccioli addossati uno vicino all’altro, in attesa di quel miracolo. Gli altri fiori del giardino, che in primavera era un’esplosione di colori, non suscitavano in lei quel particolare interesse.

Quando, finalmente, un mattino trovava le piante nella loro piena maturità, la bambina era felice e da quel momento, prima di andare a scuola, recideva un ramo da ciascuno dei due arbusti affiancati, per portarli alla maestra: uno bianco e uno lilla. E non c’era verso che cambiasse quell’innocente rituale, tutto suo.

«Ma Gaia, tesoro, di questo passo nel giro di poco non ci saranno più fiori da staccare. Non puoi aspettare qualche giorno prima di riportare quelli freschi a scuola?» Tentava di convincerla Cristina.

«No, ci servono ogni giorno.»

«Ci servono? E a che cosa, piccola.»

«Ma il profumo mamma! Ci aiuta a studiare.» Dopo la delucidazione inoppugnabile, Gaia guardava Cristina con quel sorriso che le donava due fossette sulle guance, poi, piegando la testa da un lato la scrollava come per deridere la madre, facendo danzare i riccioli biondi che superavano le spalle e scendevano giù, come una cascata impetuosa. A nulla serviva il nastro col quale Cristina tentava di sistemarle i capelli ogni mattino, prima di recarsi a scuola; all’uscita, la testa di Gaia era una massa ribelle che decideva da sé come muoversi.

Se soltanto non si fosse fatta convincere… quante volte Cristina si era avvolta nel mantello pesante del senso di colpa fino a sentirsi soffocare. Ma Gaia ormai aveva diciassette anni, il liceo non era vicinissimo a casa così come lo erano state le scuole dell’obbligo, così ogni giorno sbottava che non ne poteva più di farsi tre quarti d’ora di viaggio in piedi sull’autobus stracarico. Dopo infiniti ragionamenti, prese di posizione e musi lunghi nonché una serie interminabile di rassicurazioni di prudenza da parte della figlia, a malincuore Cristina aveva ceduto a ciò che considerava un capriccio, iscrivendola alla scuola guida affinché conseguisse il patentino.

L’accortezza alla guida di Gaia, col tempo aveva permesso a Cristina di tranquillizzarsi, anche se, un profondo respiro di sollievo riusciva a emetterlo solo quando sentiva lo spegnersi del motore, proveniente dal vialetto del giardino.


Il calpestio sulla ghiaia cessò come i suoi ricordi; una gazza, posata su di un ramo del cipresso secolare, lanciò il suo verso stridulo mentre dall’alto della cima osservava con totale disinteresse quel luogo di pena.

Cristina cercò tra le fronde finché individuò l’animale libero di spiccare il volo, di allontanarsi, di fuggire in qualsiasi momento avesse deciso di farlo. Quante volte aveva pensato di scappare da un’esistenza vuota fino a raggiungerla e restare lì, con lei. Poi però si rendeva conto che nessuno le avrebbe portato i lillà, allora rimetteva insieme i pochi brandelli rimasti di se stessa, se li ricuciva addosso e andava avanti.

La gazza aveva spiccato il volo andando a posarsi sul cipresso vicino; Cristina seguì il movimento d’ali poi, come attratta da un richiamo silenzioso, percorse con gli occhi tutto il tronco, fino alle radici.

Una donna stava nella sua stessa posizione, immobile davanti a quello spazio: tra le mani unite reggeva dei gigli bianchi con le corolle rivolte verso il basso. Verso la terra. Girò il capo nel momento preciso in cui Cristina si voltò per tornare al suo presente.

Cristina si chinò per sostituire i due rami del giorno precedente: li portò al viso, l’effluvio penetrante che ancora emettevano le punse gli occhi come spine. Col dorso della mano si sfregò il volto da entrambi i lati, poi gettò i tralci a terra e prese il vaso per cambiare l’acqua.

Udì uno scalpiccio alle sue spalle, ma lei si voltò quando la donna che aveva notato poc’anzi l’aveva ormai oltrepassata. Era così alta che teneva la schiena un po’ piegata; a Cristina venne spontaneo chiedersi se la causa di quella postura era da attribuire soltanto alla statura elevata.

La vide raggiungere la fontanella, sentì il rumore dell’acqua che gorgogliava con entusiasmo finché non chiuse il rubinetto. Si sentì inspiegabilmente attratta da quella figura, prese il vaso tra le mani e si diresse verso la fontana. La donna alta stava chinata a sistemare i gigli candidi nel recipiente: i petali, forse durante il tragitto, avevano sofferto, cosicché alcune punte iniziavano già ad avvizzire.

«Che peccato.» Esclamò Cristina. La voce le era uscita senza che lei lo volesse.

«Che cosa?» La donna si voltò a guardarla con gli occhi guizzanti di sorpresa.

«I petali, mi pare che i fiori abbiano patito.»

«Eh sì, purtroppo. Ho commesso l’errore di tagliarli dalla pianta ieri sera. Li ho tenuti a bagno tutta la notte ma… » fissò per qualche secondo l’esito del lavoro, poi, soddisfatta dalla sua composizione, si rialzò con una smorfia di sofferenza.

«Questa schiena, quando rimango piegata per un po’, mi provoca un tale dolore che non le dico.» Una mano andò alle reni mentre fletteva all’indietro il busto. Poi, con un sorriso si avviò lungo il viale mentre Cristina osservava la sua andatura lenta. Chissà quanti anni aveva quella donna, di certo ne dimostrava più di quanti ne avesse in realtà perché il volto possedeva ancora una certa freschezza. Ne dedusse che all’incirca potevano essere coetanee.

Ognuna delle due riprese la propria attività senza scambiarsi più la parola; vista la distanza avrebbero dovuto alzare il tono della voce. Soltanto un breve saluto sul cancello d’uscita e ciascuna di loro prese la propria strada.


Trascorrevano i giorni ma i lillà mantenevano la loro fioritura. Cristina, anche quella mattina, attese che si aprisse la cancellata verde e poi percorse il consueto viale che la portava da Gaia.

Avrebbe potuto passare anche dall’altro lato, ma ormai quello era il tratto con i tempi calcolati che le consentiva, ogni volta, di recitare una sua personale preghiera per pronunciare l’ultima parola davanti alla figlia.

Passati appena pochi minuti, la donna alta la superò con un saluto, per dedicare poi tutta la sua attenzione allo spazio poco lontano.

Quel mattino, col vaso pieno d’acqua tra le mani, la donna alta si fermò accanto a Cristina. Rimase immobile, forse in attesa di una parola, ma tra loro c’era soltanto il silenzio spezzato dal frusciare del vento. I cipressi ondeggiavano languidi.

«Sua figlia?» Si decise alla fine.

«Sì.» Cristina inghiottì un paio di volte prima di replicare. Come ogni volta, affermare il suo dramma le lacerava l’ennesimo frammento di cuore.

«Io ho il mio ragazzo laggiù.» Rispose l’altra con tale vivacità, che Cristina si voltò a guardarla convinta di leggere la follia nei suoi occhi.

«Sa, almeno adesso so dove si trova. Quanto ci ha fatto penare.» La donna alta s’interruppe di botto; si passò una mano sulla fronte, poi la fece scivolare su un lato della testa, fino a raggiungere il collo dove rimase aggrappata per qualche attimo.

«Mi dispiace.» Bisbigliò Cristina, che aveva tutti i motivi per comprenderla. L’altra non parlò per lungo tempo, i suoi occhi puntavano increduli sul delicato marmo rosato che, come un ombrello, riparava Gaia dal vento e dalla pioggia provenienti da est.

«Signora… si sente bene?» Sentì il dovere di chiedere Cristina.

«Sì, certo… mi scusi. È che la data… è lo stesso giorno in cui... anche mio figlio.» Balbettò la donna. Uno spasmo iniziò a farle tremolare una palpebra.

«Lo stesso giorno?» D’istinto Cristina si voltò a guardare l’angolo dov’era il ragazzo, come se, nonostante la distanza, avesse potuto leggere la data impressa.

«Sì. Che triste coincidenza.» Le spalle della donna si abbassarono un po’ di più.


Cristina non sapeva come comportarsi, cosa avrebbe potuto dire a chi, come lei, doveva sopportare quel dolore devastante? Si racchiuse nel suo silenzio, spingendosi dentro di se il più profondo possibile, lasciando che la donna alta facesse lo stesso.

Una folata di vento freddo le costrinse a fare ritorno da luoghi in cui potevano stare soltanto loro. Le due donne si avvolsero ciascuna la giacca intorno al corpo, tenendola stretta con le braccia incrociate sul petto. Identici i brividi che si rincorrevano su per la schiena, lungo le braccia, avvinghiati alle gambe.

«Com’è successo?» La voce che uscì dalla gola di Cristina sembrò estranea a lei stessa.

«Un incidente d’auto. Correva sa, oh lo so bene. Lui correva, sempre. Voleva tutto e subito. Se penso a quando era bambino, così dolce. Davvero sa? Poi crescendo… non lo so, mi sono chiesta un’infinità di volte cosa possa avere scatenato in lui quel cambiamento. Forse le compagnie sbagliate? Noi genitori tendiamo sempre a incolpare altri per gli errori dei nostri figli, ma è stato soltanto un destino segnato già dalla nascita. Ma troppo presto. Troppo presto.» Le spalle della donna iniziarono a tremare, piangeva senza emettere alcun suono, come se temesse di infastidire o di non essere degna di piangere.

Cristina le si avvicinò: conosceva bene la costante sensazione di precipitare nel baratro di giorni che si susseguivano privi di scopo.

Sciolse le braccia indolenzite per quanto erano contratte e le avvolse intorno a lei, in un abbraccio muto. La donna alta smise di piangere, si voltò a guardare Cristina: con un accenno di sorriso sembrava scusarsi per la sua debolezza. Si distaccarono riprendendo una formale estraneità.

«La cosa peggiore è che con lui ha portato via anche un’altra vita. E non passa giorno che io non chieda perdono al posto suo.» Guardò in alto, fissò una nuvola che navigava nel cielo sospinta da venti tumultuosi: si sovrappose al sole e tutte le ombre sparirono per qualche minuto, lasciando orfana ogni cosa.

«Non era solo?» Sussurrò Cristina più per dovere che per smania di sapere. Non capiva per quale ragione, ma all’improvviso ebbe l’impulso di correre via, di allontanarsi da quella donna, non voleva il suo dolore, le era sufficiente quello che portava nel grembo ormai svuotato da qualsiasi speranza. Da un anno, otto mesi e dodici giorni. Invece restò inchiodata lì, inerte come le statue intaccate dal tempo che apparivano tra gli alberi. Si riaffacciò il sole, anche i colori dei fiori appassiti sembravano cangianti nonostante l’odore antico.


La risposta della donna la raggiunse come se le parlasse da lontano.

«Sì, era solo in macchina. Ma guidava come un pazzo e aveva bevuto: probabilmente non se n’è nemmeno accorto.» Pareva stesse recitando una litania, monocorde, come se una spossatezza imprevista le impedisse qualsiasi reazione. Cristina si limitò a fissarla.

«Prima di schiantarsi contro un albero, le è piombato addosso a forte velocità,» riprese, «lei era su uno di quegli scooter che basta un fiato a farli cadere. Sa, mi hanno detto che quella povera ragazza è volata, lontana non so quanti metri. Spero che non si sia resa conto di quello che le stava accadendo. Almeno questo, continuo a pregare per questo.

La colpa di mio figlio voglio tenerla addosso a me, è mia e così deve essere, so che non mi perdonerò mai: gli ho regalato la vita ma lui l’ha gettata via, e oltre la sua un’altra, ugualmente preziosa. Qualcuno deve espiare e quella sono io.»

Cristina tremava, senza riuscire a staccare gli occhi dalla donna alta, sentì vorticare nella testa pensieri, congetture, paure. E soprattutto certezze. Non una parola uscì dalla sua bocca, né di compassione, né di odio. L’altra stava immobile accanto a lei, ma Cristina, in modo del tutto inspiegabile, non avvertiva alcuna repulsione verso ciò che quella presenza rappresentava.

«Oggi è il suo compleanno.» Disse fra se la donna alta, con un sorriso che voleva simulare gioia ma fallendo miseramente.

«Il suo compleanno.» Ripeté Cristina. Quello di Gaia era stato il mese prima: pioveva a dirotto quel giorno, tanto che la pioggia aveva staccato dai rami di lillà i piccoli fiori, formando sul marmo rosato un disegno delicato. Cristina pensò che a Gaia sarebbe piaciuto, così aveva deciso di non ripulire.

Cristina osservò la donna, così simile a lei in modo intrinseco. Non aveva mai ceduto all’autocommiserazione, ma in quel momento si ruppe un argine e dilagò tutta la pena per se stessa, e in uguale misura anche per l’altra donna.

Si chinò, prese i due rami di lillà ancora posati a terra, ne strinse forte uno nella mano, mentre porgeva l’altro alla donna alta. Lei la guardò, prese il ramoscello profumato e aspirò il suo profumo, poi senza una parola voltò le spalle.

«Buon compleanno.» Sussurrò Cristina, ma il vento aveva sbriciolato le sue parole mentre uscivano dalla bocca.

La donna alta si era già allontanata. Senza sentirle.



Isabella Nicora è scrittrice di narrativa per adulti e

per bambini, oltre ad essere pittrice ed illustratrice. Ha pubblicato tre storie illustrate per bimbi, tra cui "Ale il cellulare" con Tomolo EdiGio'. Il suo ultimo romanzo è Ragazze lontane (Leucotea, 2020).

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