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Cronache di un’universitaria. Chi ha tempo…


di Daphne Squarzoni


«Allora io vado» saluto uscendo dal negozio dove faccio volontariato. È un negozio di riusato che, come regola generale, ha di tenere i prezzi bassissimi in modo che chiunque possa permettersi dei vestiti. Ci sono clienti che vengono perché il riusato va di moda ed il nostro pianeta ringrazia. Ci sono clienti che vengono perché si sentono soli e hanno bisogno di chiacchierare con qualcuno. Ci sono clienti che vengono perché hanno poco niente e hanno comunque bisogno di coprirsi con dei vestiti. L’idea di fondo è ridare ad ognuno la dignità del compratore, di chi entra, si prova i capi e scegliere quello che gli piace di più e gli sta meglio.


Proprio questa mattina una cliente ha detto che non servono i milioni per avere stile ed è bello pensare che anche chi fatica ad arrivare a fine mese possa venire da noi e vestirsi bene spendendo poco. È come regalare una pillola di normalità a chi fatica a poterselo permettere. A volte la normalità è comprare un vestito, altre volte è parlare con qualcuno che ha voglia di ascoltarti. L’altra settimana è arrivata una donna ucraina. Aveva il viso scolpito di rughe e gli occhi infossati tra le pieghe degli anni. Voleva una giacca pesante da mandare al figlio al fronte. Non parlava italiano. Ci siamo aiutati con Google traduttore. La ho aiutata a cercare la giacca e lei mi ha abbracciata. Un abbraccio tra il grato e il disperato che mi è rimasto tatuato sulla pelle. Non ho capito una parola di quello che mi ha detto prima di stringermi, però l’emozione è stata fortissima. Non avevo fatto niente e per questa signora il mio niente valeva tantissimo.


Ci sono tante persone che entrano al negozio e hanno l’odore della strada addosso, la malinconia della lontananza da casa, la nostalgia dei figli e tante altre croci da portare sulle spalle. Poter essere un sorriso e una chiacchierata di 10 minuti mentre cercano dei pantaloni o una t-shirt mi fa stare bene. Mi fa bene aiutare le persone a trovare quello che cercano, riordinare gli scaffali, ascoltare le storie di chi ha voglia di condividersi e sapere di star facendo qualcosa di piccolo ma utile. Certo, non mancano casi di persone poco educate, scorbutiche o che provano a fregarti, però in generale fai del bene e a me hanno insegnato che il bene genera bene. E poi se non faccio volontariato ora quando dovrei farlo?


Mi dicono spesso di godermi i miei anni di studentessa e la libertà che ne consegue. Al di là della retorica dei bei anni passati, credo che mai più avrò tanto tempo e tanta indipendenza come ora. All’università sei grande abbastanza per guidare, per muoverti liberamente, per uscire di casa e non dar conto a nessuno. Sei grande abbastanza per inseguire sogni e progetti, per buttarti a capofitto anche in ciò da cui non trai profitto. All’università sei piccolo abbastanza da non avere una famiglia da mantenere o figli da accudire o un lavoro fisso e un capo e tutte le responsabilità che ne derivano. Almeno nella maggioranza dei casi. Almeno io. Io sono grande abbastanza per fare volontariato, collaborare coi giornali e scrivere libri, e piccolo abbastanza da non dovermi mantenere con queste attività (altrimenti non ci riuscirei mai).


«Ciao Clio!» mi saluta Emma sorridente davanti a me. Ci siamo date appuntamento per pranzo. Da quando è cominciato il secondo semestre non abbiamo più corsi in comune e vedersi è diventato più difficile. Il che mi ricorda che l’università sta inesorabilmente finendo e mi rimangono un solo esame e la tesi. Questa cosa mi fa sentire in modo strano: malinconica perché non sono pronta a rinunciare alla mia vita degli ultimi 5 anni. Spaventata perché non ho idea di cosa mi aspetta oltre le porte a vetri dell’università. Curiosa di scoprire che ne sarà di me una volta entrata nel mitologico mondo del lavoro (sempre che riesca a combinare qualcosa con una laurea in lettere…). Preoccupata di perdere i contatti con persone come Emma, Lorenzo, Lisa, Federico e tutti gli altri a cui ho imparato a volere bene davvero e che sono entrati nella mia quotidianità. E poi non lo so: le cose che finiscono hanno sempre in sé un potenziale grandissimo di emozioni. Hanno il sapore di qualcosa che non vuoi lasciare e di un cambiamento che si avvicina lento ed inesorabile. Lo sceglierei questo cambiamento se avessi alternative? Mah, non lo so. Mi piace quello che ho costruito in università e l’idea che tutto cambi è destabilizzante.


«Lorenzo ci aspetta alla Piadineria» mi informa Emma. Annuisco. «Intanto ho bisogno di un tuo consiglio: la settimana prossima io e Federico facciamo un anno. Mi serve un consiglio su come impacchettare il regalo». Sorrido. «Già un anno?» chiedo «Eh sì. Mi sembra di stare con lui da sempre e da pochissimo al tempo stesso» confessa Emma «Il tempo passa troppo veloce» dico. Mi sento come mia madre che ci vede nelle foto da bambini e si lamenta del tempo che passa. «Eh già» conferma la mia amica e sospesa tra noi c’è la fine dell’università che cambierà tutto e cambierà anche noi. «Quindi dobbiamo goderci il presente» cito rifugiandomi dietro una frase fatta che una volta tanto ha il sapore della verità. Il presente è adesso, a pranzo con Emma e Lorenzo. Il presente è il negozio dove fare volontariato, il corso di spagnolo a cui mi sono iscritta per realizzare un vecchio sogno e sfruttare tutte le occasioni dell’università. Il presente sono i progetti che posso ancora inseguire mentre divento grande e raccolgo per strada un po’ più di responsabilità. Il presente sono i miei 23 anni quasi scaduti e tutti i frutti che posso ancora raccogliere da questo ultimo anno di università. Emma ride «Fino all’ultimo giorno» mi promette ed io so che abbiamo ancora qualche esame, ancora la tesi, ancora qualche festa di laurea prima che tutto cambi. E va bene così.

 

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«Praticamente non è successo niente in questo episodio» mi fa notare Raf «Eh lo so. Avevo tanti pensieri questa volta» ammetto «Ogni tanto va bene anche questo no?». Raf annuisce. «E comunque pensavo: non è che se finisce l’università ci molliamo anche io e te?» dico. Io e lui ci siamo conosciuti in uni, messi insieme in uni e passiamo molto tempo insieme anche per l’uni. «Chissà» mi risponde lui. Sgrano gli occhi «Ma?! Tu dovresti rassicurarmi» gli faccio presente alzando i decibel della voce. «Non ti posso promettere cose di cui non sono certo. Intanto questo anno di università lo finiamo insieme. Poi si vedrà» mi dice. Una parte di me vorrebbe inutili rassicurazioni perché i cambiamenti mi terrorizzano. L’altra parte di me adora la sua completa sincerità. «Non ti serve preoccuparti ora» mi ricorda tirandomi vicina a lui per abbracciarmi «Andiamo avanti e vediamo che succede. Un po’ come nei tuoi episodi: non sai mai che succederà in quello successivo».


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Daphne Squarzoni, nata nel 1999, laureata in Studi Storici e Filologici, si sta specializzando in Filologia e Critica Letteraria. Dal 2019 porta avanti numerosi progetti didattici nelle scuole elementari insieme all'associazione Siderea e alla casa editrice Isenzatregua, con cui collabora attivamente e con cui ha pubblicato nel 2022 Piccolo diario della guerra europea del 1914-1915.Daphne Squarzoni, nata nel 1999, laureata in Studi Storici e Filologici, si sta specializzando in Filologia e Critica Letteraria. Dal 2019 porta avanti numerosi progetti didattici nelle scuole elementari insieme all'associazione Siderea e alla casa editrice Isenzatregua, con cui collabora attivamente e con cui ha pubblicato nel 2022 Piccolo diario della guerra europea del 1914-1915.

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