• Redazione TheMeltinPop

CRONACHE DI UN ORDINARIO GIALLO PROVINCIALE

Di cliché letterari, stereotipi noir, omicidi e quant’altro




di Chiara Ferraris e Claudio Di Tursi


Stavo per morire.

E so che con questo inizio mi sono giocato il colpo di scena finale ma sono noto per essere uno scrittore alquanto mediocre.

Del resto, non potrete dire che io non sia stato sincero con voi, fin dal principio.

Cosa aspettarsi da questo racconto? Nulla di esaltante, ve lo dico io, che di brutti così ne ho scritti tanti.

La mia passione più grande sono sempre stati i gialli: per cui ho deciso di scriverne uno dato che la possibilità di viverlo in prima persona mi è stata negata fin dal primo giorno della mia carriera da poliziotto. Avrei voluto la sezione investigativa, la squadra omicidi e altro ancora, ma no: poliziotto municipale in un paesino di provincia.

Comunque, svelata la mia identità e le mie passioni – punti fermi per un racconto di tutto rispetto – e dato che sono una persona metodica, andiamo con ordine e partiamo dall’INCIPIT.


INCIPIT


Nonostante il cielo fosse terso, il paese era attanagliato da un freddo cane per via del vento gelido di fine novembre che ululava come un lupo alla luna, continuando a farmi saltellare come un canguro.

“Che dici, Di Tursi, un caffè alla società?”.

“Sarebbe già il terzo. Poi lo stomaco brucia”.

“Non fare la mammoletta”, mi redarguì la collega aggrottando le ciglia sopra i suoi bellissimi occhi di ghiaccio: “Ne ho per le palle di stare qui a gelare, andiamo”.

Era così la Ferraris, pane al pane e vino al vino. E spesso non era né un buon pane né un buon vino.

Prendemmo un caffè bollente come una giornata d’agosto, scuro come il nostro umore e amaro come la nostra vita di poliziotti di quart’ordine, relegati com’eravamo nella piccola cittadina all’estrema periferia della metropoli. Passavamo le giornate a far attraversare la strada a qualche vecchietto o a tirare le orecchie ai ragazzini coi motorini truccati. Il massimo della libidine era sventare passi carrabili illeciti. Insomma: una vita di merda.

Il rito del caffè mattutino nel bar della società era accompagnato da due momenti fondamentali: il primo era la battuta di Giorgetto, il barista, sulle tette di Deborah, la cassiera. Per concludere in fretta quel misero teatrino dovevo rispondere al barista con un ghigno d’intesa, altrimenti Giorgetto non mi avrebbe dato tregua e la Ferraris, che un po’ ne era gelosa, me lo avrebbe fatto a carpaccio tutto il giorno.

Il secondo momento clou era il racconto dello scrittore. Uomo di mezz’età, magro e dal volto scavato, con capelli brizzolati e occhio impassibile che se ne stava seduto a un tavolino a scrivere al computer tutto il santo giorno. Personaggio più per autocelebrazione che per concretezza di fatti: aveva pubblicato una raccolta di racconti pagando profumatamente una pseudo casa editrice di bassissima levatura; ma questo, per un paese provinciale come il nostro, aveva lo stesso peso di un Premio Pulitzer. Ogni mattina lo scrittore deliziava la sua folta platea di pensionati bocciofili, disoccupati cronici e avventori occasionali con la lettura di un suo racconto. Devo dire che da aspirante scrittore lo guardavo con un occhio d’ammirazione e probabilmente lo avrei applaudito anche se avesse letto la sua lista della spesa.

La Ferraris, invece, storceva la bocca e commentava:

“A me sembrano tutte cazzate”.


Quella mattina lo scrittore non si vide. Chiedemmo come mai ma sembrava che nessuno lo sapesse. Il giorno dopo neppure e nemmeno quello dopo. Il mio intuito da aspirante giallista - investigatore mi disse che c’era qualcosa che non andava. Lo scrittore abitava al piano superiore della società, per cui proposi di andare a controllare.

“Che cazzo te ne frega di quello sfigato?” chiese con delicatezza la Ferraris. Se avessi avuto un euro per tutte le zeta che la mia collega arrotava nelle nostre sei ore di turno, ora sarei ricco.

Si convinse quando mi diressi verso la cassiera e fingendo un che di professionale iniziai ad interrogarla.

“Lascia stare Deborah, mica è come te che non hai un cazzo da fare. Andiamo di sopra così poi torni a dormire” suggerì.

C’erano volte in cui non sopportavo il sarcasmo della Ferraris, il suo sapermi pesare esattamente per quanto valevo. Avrei voluto dimostrarle che non ero il minchione che pensava lei, avrei voluto…

“A che cazzo stai pensando, Di Tursi?” mi risvegliò la Ferraris con la sua vocina d’usignolo.

“A niente, saliamo agente Ferraris”.


Salii prima io, lei subito dietro. Speravo non si accorgesse che un pochino le gambe mi tremavano. Non ci fu bisogno di forzare la serratura, girai il pomolo e la porta si spalancò.

L’odore era quello tipico della macelleria. Il freddo anche.

Varcammo la porta del soggiorno e lo trovammo lì: giaceva a faccia in giù, con le braccia che sembravano volere cingere il pavimento, la testa spaccata dall’azione di un oggetto contundente e il sangue e i resti del cervello erano schizzati ovunque. Nel caso in cui il cranio sfracellato avesse potuto destare dubbi sulla natura della morte dell’uomo, il corpo era adornato da una decina di ferite da arma da taglio

Al fianco del cadavere, con il sangue del defunto, l’assassino aveva tracciato la parola: “CANE”.

Appena vedemmo la scena, reagii come avevo sempre sognato:

“Non toccare nulla, Ferraris. Fai un passo indietro”.

“Cazzo! Cazzo! Cazzo!”.

“Non voltarti”.

“Perché?”.

“Tu non farlo. Retrocedi lentamente”.

La collega eseguì i miei ordini e poi chiamammo la centrale per i rinforzi. Dissi proprio così:

“Abbiamo bisogno di rinforzi”.

Eccitante.


Seguii la faccenda, nei giorni successivi. E, in fin dei conti, era l’unica cosa da fare. In un paesino di provincia come quello, l’omicidio dello scrittore fu l’evento più importante dopo l’arresto del farmacista del paese, che il 3 agosto del 1980 aveva ridotto in fin di vita il parroco dopo averlo trovato a letto con sua moglie.

A ogni modo tutti parlavano del crimine, le indiscrezioni divennero il nostro pane quotidiano e chiunque s’improvvisò a fare congetture sull’assassino e sul movente. Nacquero le fazioni: chi diceva che fosse un delitto passionale, chi un tentativo di furto andato male e poi iniziarono le speculazioni sull’unico indizio lasciato dall’aggressore. “CANE”.

La vita dello scrittore fu battuta a tappeto: aveva avuto cani? Non di recente, ma da piccolo? Aveva avuto una fidanzata con cani? Un amico con cani? Un nemico con cani? Poteva andare bene anche un conoscente con cani. Amava i cani, li detestava, era segretamente invischiato nelle lotte tra cani, nelle corse tra cani, nelle fiere per cani? Odiava la pubblicità del cibo per cani? Se ne sentirono di tutti i colori e, comprovata una totale assenza di traccia canina nella vita del poveretto, la faccenda passò in sordina.

Trascorsero una decina di giorni e, in un punto distante anni luce dal nostro paesino suburbano, in città, ci fu un altro omicidio. Poi un altro e un altro ancora e ancora uno.

Posti diversi, vite diverse, lavori diversi, età diverse. Solo un indizio continuava a legare le vittime l’una all’altra: ognuna di esse era marchiata da una parola scritta con il sangue.

“RICCIO”, “GATTO” (e qui la pista animalista sembrava aver preso il sopravvento), “LEVATE” e “GOLA”.

Un indovinello di non facile comprensione.

“Non mi dire che stai ancora pensando a quel cazzone dello scrittore” apostrofò gentilmente la Ferraris, davanti al solito caffè alla società.

Aveva adocchiato il suo libro di racconti nella mia borsa.

“Già, non so perché ma credo che l’omicidio c’entri con il suo lavoro”.

“Le altre vittime non erano scrittori”.

“Pare di no”.

“E che cazzo! Pare, pare… O sei scrittore o non lo sei!”.

Dondolai la testa per darle ragione, poi mi persi nuovamente nei miei pensieri. Avevo letto l’incipit di tutti i racconti e c’era qualcosa che mi ronzava in testa come una zanzara, ma non sapevo cosa.

D’improvviso fui folgorato da un’intuizione. Corsi in macchina e aprii il libro. Il quarto racconto cominciava così:

“Fa un freddo cane, stanotte”.


EVOLUZIONE DELLA VICENDA

E

STRAVOLGIMENTO DEI FATTI


Da questa rivelazione alla mia quasi morte il passo fu breve e, come immaginerete, inaspettato.

Avrei potuto evitarmi un bruttissimo quarto d’ora, se solo avessi fatto il buon cittadino mostrando a chi di dovere ciò che avevo scoperto: la motivazione dell’omicidio risiedeva nella parola stessa e non nel suo significato, anche se non riuscivo ad afferrare perché.

Avrei dovuto lasciare spazio agli investigatori, lo so, ma pareva che la polizia brancolasse nel buio come un cane da tartufo cieco e raffreddato e questo un pochino mi inorgogliva. Almeno io avevo scovato un indizio.

Dovevo andare a fondo, perciò indossai il trench color cammello e il cappello a falda tesa e presi a girare per locali ponendo domande banali che ricevevano risposte altrettanto inette.

Non so come accadde, ma la Ferraris decise di seguirmi in questa mia missione suicida.

“E che cazzo, mica posso lasciarti da solo”.

Decidemmo di andare al funerale dell’ultima vittima.

L’assenza totale di parole in bocca e l’incapacità di biasciare un misero “condoglianze” ai parenti, mi fecero nascere il desiderio di battermela a gambe levate. Ma ancora non avevo scoperto nulla e il funerale stava per finire.

D’improvviso, però, la strada si spianò da sola. Con la mano nella mano della cugina di secondo grado della vittima che mi guardava con lo sguardo affogato nel dolore, attendendo una mia risposta alla sua domanda “come lo conosceva?” mi ritrovai a farfugliare:

“Abbiamo… abbiamo un hobby… un hobby in comune”.

“Dunque anche lei scrive” e accennò un sorriso di comprensione.

Saltai dalla gioia.

E fui cacciato dal funerale.

Dovevo mettere le mani sugli scritti del poveretto, a quel punto, ma non potevo presentarmi nuovamente dalla famiglia.

Ci spedii la Ferraris, allora.

Le dissi di vestirsi da donna, per una volta nella sua vita, in un elegante tailleur nero, un trucco leggero e un’acconciatura sofisticata che potesse farla sembrare la rappresentante di una casa editrice. E soprattutto che non dicesse “Cazzo”.

“Non so se riesco” ammise lei, con sguardo turbato.

“Ne va della missione, Ferraris. Cerca di essere professionale”.


Con la scusa di voler pubblicare il povero scrittore postumo, riuscimmo a ottenere i suoi scritti e passammo la notte successiva a leggerli tutti.

Fu uno strazio: era un pessimo scrittore. Quando incrociai la frase: “gridarono a squarciagola” compresi che avevamo intrapreso la strada giusta.

Le frasi erano la pista.

Scoprimmo che anche le altre vittime avevano tentato una strada letteraria, sebbene questa si fosse arenata praticamente subito. Riuscimmo a entrare in possesso di qualche loro scritto, che spulciammo fino a quando, finalmente, trovammo la traccia che stavamo cercando:

“Luca era spinoso come un RICCIO”

“Michele dormiva come un GATTO”

“Il ladro se l’era data a gambe LEVATE”.

Eccole lì, tutte nei loro scritti, tutte frasi ideate dalle vittime. Neanche tanto originali, pensai.

Come potevo però trovare chi conoscesse queste frasi e, soprattutto, qual era il movente? A parte il fatto di essere scrittori, non c’era nient’altro che accomunasse le cinque vittime.

Fu la Ferraris a farci cambiare direzione. Alla mia osservazione di quanti cliché letterari fossero presenti nelle opere degli esimi colleghi, commentò:

“E pensare che hanno anche fatto un corso, per imparare a scrivere”.

“Un corso?” balzai in piedi, come punto da uno spillo.

“Sì, l’ho letto nei ringraziamenti dei libri. Hanno frequentato un corso di scrittura creativa, dieci anni fa”.

“Lo stesso?” chiesi strabuzzando gli occhi, senza osare sperare in una tale fortunata coincidenza.

La Ferraris, ovviamente, non riusciva a vedere in quella scoperta la tessera mancante del puzzle.

“Sì, guarda…”.

Mi mostrò una pagina e poi un’altra ancora. Tutti e cinque avevano partecipato alle lezioni di due famosissimi scrittori, di cui non posso citare i nomi per questioni di privacy, ovviamente.

Li chiameremo Giovanni e Laura.


Decisi di chiedere un appuntamento con i due maestri che, con grandissima disponibilità, mi incontrarono.

Conoscevano il motivo della mia visita e mi accolsero con lo sguardo contrito di chi ha perso cinque preziosi amici.

“Avete idea se qualche altro partecipante potesse nutrire delle invidie nei confronti delle vittime?” chiesi, nel mio tono ormai collaudato di investigatore della sezione omicidi.

Scrollarono entrambi la testa.

“Non so che dirle, ispettore” disse Laura, guardandosi intorno spersa: “Mi pare una tale tragedia. E poi invidia. Invidia di cosa?”.

Giovanni, al suo fianco, fece un cenno di dissenso e aggiunse:

“A parte Filomena, che era una gran brava scrittrice, gli altri non è che fossero proprio brillanti. Sono stati un po’ una delusione”.

“Giova, lascia perdere” lo redarguì la collega.

Mi sorpresi a osservarli meglio: erano tristi o, più che altro, scocciati?

Cominciarono a litigare.

“Dai, Là, hai letto anche tu i loro libri: avverbi come se piovesse, tempi verbali che cambiano di continuo, protagonisti banali e senza carattere”.

“Però Filomena…”.

“E infatti su di lei ho avuto i miei dubbi, ma quel cliché nell’incipit del suo romanzo! E glielo hanno pure pubblicato!”.

“E dai, uno può anche scappare”.

“Smettila di difenderla, Là” alzò la voce Giova, agitando le mani in aria.

“Ormai non c’è granché da difendere” rispose ironica la donna.

“Lei li ha letti, i romanzi?” fece lui, all’improvviso, rivolgendosi a me

“Sì, certo. Non che sia un professionista, però, sì, insomma...” mi trovai a balbettare: “Sono un aspirante scrittore pure io, quindi un’idea me la sono fatta”.

“Davvero?” fece Laura: “E cosa scrive?”.

“Avrei iniziato un giallo” risposi con timidezza.

“Oh! Che bel genere!” commentò Giovanni: “Se ha bisogno di un consiglio o altro, ce lo faccia sapere”.

Ora, so che è assurdo perché io ero lì per gli omicidi e insomma la situazione mi stava sfuggendo di mano, ma in fondo in fondo mi ero detto:

“Già che vado da loro, mi porto dietro il mio romanzo. Non si sa mai che ci diano un’occhiata”.

Quindi tirai fuori il manoscritto e lo mostrai ai due.

Lessero le prime pagine con avidità.

Il mio cuore scalpitava: che due scrittori della loro levatura fossero entrambi dediti alla lettura del mio modestissimo romanzo era un privilegio non da poco.

Laura si sollevò.


“Cielo terso… Freddo cane… Vento gelido…” cominciò a elencare.

“Certo che anche lei ci va giù pesante con i cliché letterari” continuò Giovanni.

“Sa che le dico? Ha fatto bene a farcelo vedere” commentò lei, uscendo dalla stanza.

“Già, a certi errori è meglio porre rimedio subito, prima che sia troppo tardi”.

concluse Giovanni, leggendo ancora qualche riga.

Laura ricomparve con in mano un enorme oggetto contundente.

Mi alzai di scatto, pensando che se avessi urlato abbastanza forte la Ferraris, giù in macchina, avrebbe potuto sentirmi, ma non feci in tempo.

L’ultima frase che riuscii a percepire, prima di chiudere gli occhi, fu:

“Che dici, Giova, scriviamo “terso” o “gelido”, vicino al cadavere?”.

“”Terso”, Là. Il cielo terso non si può proprio sentire!”.

Poi.


EPILOGO


Poi, insomma, lo sapete, ve l’ho già detto: non sono morto.

È miracolosamente entrata la Ferraris, senza neanche bussare e urlando:

«Insomma, Di Tursi, prima che tu faccia una figura di merda con i due scrittori, ti vorrei dire che il tuo romanzo fa proprio ca…» e lì, colse gli assassini pronti a compiere l’ennesimo delitto in nome della buona letteratura.

Per cui, la Ferraris non solo permise di prendere gli assassini e di concludere, quindi, il nostro primissimo caso letterario, ma mi salvò pure la vita.

Anzi, posso dire con orgoglio che sono stati i miei pessimi cliché letterari, a farlo.





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