• Redazione TheMeltinPop

SCRIVENDO@ZONZO

di Emanuela Mortari



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Pukhet: Una partita a dadi

Il fumo che mi stava soffiando addosso faceva lacrimare gli occhi e il fatto che uscisse dal suo ghigno privo degli incisivi superiori rendeva il tutto una scena comica, anziché farmi rabbrividire per la tensione. Non doveva neanche togliersi il sigaro dal lato della bocca per espirare: le due finestrelle svolgevano il loro compito alla perfezione.

Gli occhi a mandorla erano ancora più assottigliati. Si mostrava molto sicuro di sé, potevo leggergli quasi nel pensiero: nella sua testa, ottenebrata dall'alcol appena ingurgitato, stava pregustando la vittoria.

Le dita sporche tamburellavano per l'impazienza sul bicchiere di legno rovesciato.

«Allora? Hai perso la lingua?» biascicò sputazzando, senza neanche degnarsi di scandire le parole.

Conoscevo il thailandese, ma mi sarei aspettato un po' più di attenzione da parte sua. Del resto ero un ospite e per gli asiatici l'ospite è sacro.

Si guardò attorno cercando conferma di aver fatto una battuta irresistibile e ottenne diverse risate sguaiate da coloro che ci circondavano.

Il sudore mi stava colando sugli occhi, maledii il fatto di aver sfoltito così tanto le sopracciglia, ma era un accorgimento fondamentale. Il calore delle persone, che formavano un ovale quasi perfetto intorno a noi, si mescolava con l'umidità vicina al cento per cento.

Non era la prima situazione da “o la va o la spacca” in cui ero capitato durante la mia avventurosa attività, ma il caldo e la ressa rendevano tutto più complicato.

Aveva guardato il risultato sotto il bicchiere e pronunciato una sola parola: "Tokyo", la combinazione che dava il nome al gioco. Un due e un uno, il punteggio imbattibile sul lancio di due dadi. Mi restavano due opzioni: credere all'annuncio e tirare i dadi dichiarando a mia volta un Tokyo, o dubitare e scoprire se aveva bluffato o meno. Sbagliare mi sarebbe costato la partita e oltre trentaseimila Baht.

«Non ci credo» pronunciai battendo il pugno sulla superficie dura.

Somchai, ovvero "degno uomo" in thailandese, portò la mano al sigaro e lo spense sul tavolo di legno del suo locale. Spalancò i piccoli occhi e si sporse verso di me, poi si fece indietro e tirò via il bicchiere in un sol colpo.

Le due facce superiori dei dadi color avorio non mentivano: un due e un uno.

Godeva nel vedere la mia faccia sorpresa. Non aveva certo bisogno dell'equivalente di mille euro, ma l'avermi provocato una tale umiliazione davanti a così tanta gente lo esaltava: gli brillavano gli occhi. Era la terza partita che facevamo nel giro di una settimana e non mi aveva mai battuto.

Si accorse troppo tardi delle manette che si infilarono quasi magicamente ai suoi polsi mentre stava portando verso di sé la pila di banconote.

Anche stavolta non aveva vinto.

Il volto affilato si deformò e fu l'ultima espressione che vidi prima che scoppiasse il finimondo. Mi defilai sfruttando la confusione del fuggi-fuggi generale, uscendo da una porta di servizio.

Gettai la camicia sotto un tavolino esterno, restando in maglietta, strappai i baffetti finti e misi un ridicolo cappellino a cono di paglia.

Finalmente avrei lasciato quella città infernale.

Uno dei più grandi sfruttatori di prostituzione minorile della città era stato arrestato per gioco d'azzardo.

Il mio compito era terminato.


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Maracaibo: Che cosa disse il fulmine?

Il ragazzo pendeva dalle mie labbra. La mia avventura a Phuket gli era piaciuta. Credeva fosse una favola per intrattenerlo in quella situazione complicata. Ogni tanto mi divertivo a raccontare la verità a testimoni inconsapevoli che non mi avrebbero più rivisto. «A Maracaibo, però, è stato ancora più divertente». Lanciai l'esca. «Mara?» «Venezuela. Sudamerica». Lo guardai con l'aria di chi la sa lunga.

Pensavo di trascorrere il tempo dell'attesa sdraiato sulla spiaggia dominata dai grattacieli sorseggiando Mojito e dilettandomi con qualche prostituta nella piena legalità, uno dei vantaggi della presenza di tanti lavoratori dall'estero impiegati nell'industria petrolifera, invece ero bagnato sino alle mutande sotto un temporale che non dava tregua. Mi ero rasato la testa e la pioggia fitta solleticava la cute come se fossi sotto la doccia emozionale di una spa, senza cromoterapia e melodie new age. A farmi compagnia, il grigio del cielo e il fragore dei tuoni.

Feci una sosta in un bar nel tentativo di sistemare il completo nuovo, acquistato per sembrare un perfetto, rassicurante, agente immobiliare. «Tempaccio, eh?» commentò un altro avventore. Sorrisi e replicai con il mio castigliano. «Non me l'aspettavo, è arrivato all'improvviso». «Siamo vicini al lago, una delle zone al mondo più colpite dai fulmini. Le tempeste tropicali sono frequenti, qui» mi informò il saputello. Approfittai del fatto che fosse distratto dalla conversazione proseguita con enfasi dal barista per rubargli l'ombrello.

I cacciatori sono abituati agli imprevisti, e quel fortunale lo era, ma ciò che non mi aspettavo era il fatto che lei fosse in ritardo. Il mio bersaglio non sarebbe stato ancora a lungo in quel palazzo e Giannina non poteva trattenerlo all'infinito.

Rilasciai un'esalazione alcolica quando vidi la berlina nera, coi vetri antiproiettile oscurati, avvicinarsi all'ambito palazzone. Si fermò esattamente davanti a me. Accostai l'ombrello alla portiera posteriore, che si aprì lasciando spazio a un tacco dodici Louboutin, appendice di una caviglia affusolata. La signora Carmen Perez, coniugata Estrada, manteneva ancora il fascino di miss Universo, titolo conquistato circa trent'anni prima. Sciorinai qualche sciocchezza sull'incredibile rapporto qualità prezzo dell'investimento, tirando fuori planimetrie dalla valigetta e cercando di non farmi distrarre dal ticchettio dei suoi passi. Stavamo per raggiungere la porta d'ingresso e il punto di non ritorno. «Siamo d'accordo con l'inquilina precedente che verrà a liberare le stanze non appena avrà firmato il passaggio di proprietà». Infilai la chiave nella porta blindata. «Resterà a bocca aperta vedendo il panorama, anche se il tempo non è dei migliori». Spalancai lo stipite, ma la vista non venne gradita: il signor Estrada, commerciante di gamberi, in realtà uno dei più grandi trafficanti di droga del Venezuela, era sdraiato su un tappeto, nudo, cavalcato dalla mia complice.

Un uomo che fatturava svariati miliardi e aveva agganci con l'esercito, la politica e la polizia. Impossibile da incastrare. Ma tutti hanno un punto debole. Non seppi mai ciò che disse prima di essere freddato da Carmen mentre tentava di rimettersi i pantaloni, indietreggiando. Un tuono e un fulmine contemporanei coprirono le sue parole prima del colpo di pistola fatale e della nostra fuga, ignorata. Che botta!

«Mai mettersi con una donna gelosa, anche se è la più bella del mondo» dissi a Giannina il giorno successivo sorseggiando un Daiquiri al sole. Le dissi addio con un bacio e una busta da cinquemila euro.



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Dubrovnik: Sei chicchi su dodici

Il ragazzo fece un passo indietro, spaventato. Gli avevo appena raccontato un omicidio, in effetti. Mi ero lasciato andare e rischiavo di perdere di vista l'obiettivo. «Era un'eccezione. Di solito i cattivi vengono puniti senza violenza. Basta solo sfruttare le loro debolezze, perché ogni uomo le ha, e finiscono in prigione». Presi un respiro mentre un'onda più alta inclinò la nave, allarmandolo. Gli sorrisi. «Com'è successo per uno dei criminali di guerra di quella che una volta si chiamava Jugoslavia, non troppo distante da qui». Alla parola guerra vacillò, come previsto. «In quel caso c'è stato bisogno di una spintarella per fargli puntare i fari addosso». Occorreva avere molto pelo sullo stomaco per fare il mio lavoro, lo sapevo. Quando però pensavo a tutto il male fatto dalle persone di cui mi occupavo, tendevo ad autoassolvermi. Avevo di nuovo la sua attenzione, anche se il mal di mare sembrava avere la meglio. «Andiamo fuori». Lo portai sul ponte e il vento sulla faccia gli diede sollievo.

La Malvasia di Dubrovnik è un vino paglierino, non troppo forte, rinfrescante e aromatico. Così c'era scritto sulla guida turistica appena acquistata: il volumetto offriva uno scorcio interessante sull’immediato entroterra dell'antica Ragusa, che ricordava tanto Venezia nell'architettura. Erano pochi a scegliere quell'opzione: Dubrovnik veniva invasa e spolpata da orde di crocieristi che arrivavano e andavano via in giornata.

Un mese dopo percorrevo i filari con il sole a picco sulla testa coperta da una parrucca bionda. Lanciai in alto un acino giallo con l'obiettivo di centrare la mia bocca aperta, ma fallii: rotolò giù dal pendio. Non era facile, camminando. Riuscii a gustare sei chicchi su dodici. Pessimo risultato. L'uomo, alto più di me di almeno dieci centimetri e dalla stazza di un toro nel pieno del vigore, rideva a ogni tentativo fallito. Gli piaceva il giochino del professionista venuto da lontano. In un buon inglese spiegò le difficoltà nel produrre quel vitigno antico e di scarsa resa.

Gonfiò il petto, mentre mi mostrava le botti di legno della sua cantina. Mi offrì un calice per l'assaggio, non staccandomi gli occhi di dosso. Annusai, degustai, ripetendo i gesti da sommelier che mi ero stampato nel cervello nelle ultime settimane.

«Eccezionale! Se riusciste ad aumentare gli ettari coltivati, potrei proporvi ai migliori ristoranti in Italia e in Francia». Il bovino gongolava. «Puntiamo a raddoppiare i nostri terreni, ma non è facile». «E rosso? Ne avete?» La mia innocente domanda gli fece tremare l'occhio sinistro. «Certo, vitigno Plavac Mali, ma non è così buono». «Insisto».

La prospettiva di perdere l'affare lo convinse. Quando mi porse il bicchiere distolse lo sguardo. «Dovete migliorare. Oppure pensare a un commercio senza troppe pretese per un guadagno facile da reinvestire sulla Malvasia» suggerii ammiccando.

Bastò quello. Il seme germogliò nell'anima nera di colui che torturò e uccise decine di serbi negli anni Novanta. Un anno dopo fu accusato di frode alimentare e arrestato in una grande operazione internazionale. Parecchi croati l'avevano fatta franca dopo quella guerra civile devastante e anche lui non avrebbe mai scontato la pena per ciò che aveva commesso trent'anni prima. La mia speranza era che qualcuno, in carcere, gliela facesse pagare.

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Verso Palermo: La prima rima

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.

La prima rima dell'opera italiana più famosa nel mondo ricorreva nella mia testa mentre la nave oscillava emettendo rumori sinistri. Nel mezzo del cammin della mia vita, invece, ero a bordo di un piccolo mercantile in balia delle onde all'alba di un nuovo giorno. La diritta via l'avevo forse smarrita da tempo, o forse no. Questione di punti di vista. Non soffrire il mal di mare era un vantaggio. Viaggiavo spesso come passeggero nelle navi che trasportano merci. A nessuno viene in mente di utilizzare questo espediente: bisogna avere tempo e i contatti giusti. Ero in viaggio per la mia prossima missione e il fato mi aveva fatto un regalo.

Il ragazzo mi guardava con ammirazione dopo l'ultimo racconto in cui avevo incastrato un criminale senza scrupoli del conflitto nell'ex Jugoslavia. Era infreddolito e spaventato, ma negli occhi gli leggevo una nuova consapevolezza. «Anche tu hai visto la guerra?»

Annuì. Le iridi d'ebano fuggirono a osservare le onde da cui era scampato. Le braccia strette sui vestiti umidi. Qualcuno dei suoi compagni di viaggio era stato più fortunato: aveva rimediato qualche indumento di ricambio dai marittimi a bordo.

«Non sarà facile, qui» lo avvertii. Lui alzò le spalle per scrollarsi di dosso il mio avviso e si toccò distrattamente due profonde cicatrici sul braccio. Gli porsi un pacchetto di cracker. «Anche se hai nausea, ti aiuteranno». Ci pensò qualche secondo, poi iniziò a sgranocchiarli. «Prima o dopo troverai la tua strada».

Altri suoi compagni di viaggio erano stati fatti salire sulla coperta della nave per ridurre la sofferenza del mal di mare.

«Appena le onde lo permetteranno la guardia costiera verrà a prenderli per sbarcarli al porto più vicino, Palermo» ci informò un sottufficiale.


La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola ai capelli del capo, eh' egli avea di retro guasto.

Lui non era certo un peccatore e quel pasto non era di sicuro la testa di qualcuno, ma il ragazzo avrebbe potuto fornirmela su un piatto d'argento.

Quando la nave era arrivata per soccorrere il barcone in affondamento, avevo visto un uomo, con tutta probabilità lo scafista, gettare a mare le persone che aveva trasportato facendosi pagare profumatamente. I più deboli non ce l'avevano fatta, nonostante fossimo molto vicini. Avevano annaspato per qualche minuto per poi sparire sotto il livello dell'acqua. Di sicuro chi avevo davanti sapeva chi era il responsabile.

«Non ci siamo neanche presentati». Gli diedi un buffetto sulla spalla, «mi chiamo Dante». Il nome mi era uscito spontaneo, ispirato dalle rime che mi frullavano in testa. «Thankgod». Sapevo che in Nigeria erano fantasiosi coi nomi, ma "Grazie a dio" non l'avevo ancora sentito.

Non c'era molto tempo e in tutta fretta gli spiegai a cosa sarebbe andato incontro: la prima accoglienza, le difficoltà di vedere riconosciuto lo status di rifugiato e di trovare un lavoro. «Grazie». Un lieve sorriso affiorò sul suo viso. «Ho perso il telefono, puoi avvisare mia madre che ce l'ho fatta? Ti do il numero». Restai impietrito al cospetto della sua richiesta. Stavolta aveva toccato lui un nervo scoperto, senza saperlo.


A l'alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che move il sole e l'altre stelle.

Forse Dante aveva ragione e io avrei dovuto cambiare idea: non erano solo l'odio e la vendetta a muovere le fila di questo mondo.



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Pian della Cavalla (Fascia, Liguria): Il ballo dei narcisi

La quindicina di africani salvata dalle onde stava per essere trasferita sulla motonave della guardia costiera. Thankgod si voltò. Il bianco del suo sorriso brillava. Non gettai lo scafista in pasto ai lupi. Se questo ragazzo tornava ad avere una speranza, era anche merito suo. Sulla bilancia di quella che chiamiamo giustizia i morti pesano parecchio, ma stavolta avevo pensato anche ai vivi. Era il sistema a essere marcio. Le parole del giovane nigeriano avevano riaperto la ferita. La prossima missione poteva aspettare ancora un po'. Sbarcai in anticipo rispetto al mio programma e presi il primo aereo per Genova. Era quel periodo dell'anno.

Dopo un'ora e mezza di auto avevo raggiunto la mia meta: quel prato che a maggio si tinteggia di bianco per la fioritura dei narcisi. Diverse persone avevano steso gli asciugamani sull'erba.

Mi avvicinai agli alberi ai margini di quel mare verde e bianco come ventinove anni prima. Solo che all'epoca avevo una pistola nascosta dentro al giubbotto leggero. Nel taschino ora avevo un telefono. Lo estrassi, come avevo fatto con quell'arma.

Quel giorno cambiò la mia vita.

"Passami a prendere al lavoro quando hai finito di studiare da Silvia. Esco alle sei" mi aveva detto. Ma Silvia, compagna all'università di lingue, aveva altri programmi per me e sfruttammo l'assenza dei genitori per fare sesso. Quando uscii da casa sua mi accorsi che erano le sei e venti e stava diluviando. Corsi alla macchina elaborando una scusa per non prendermi una ramanzina, non c'erano i telefoni cellulari all'epoca, ma una coda insolita mi rallentò ulteriormente. Il blu lampeggiante nei pressi dell'ingresso della fabbrica dove mia madre lavorava come segretaria. Una Uno Turbo semidistrutta caricata su un carroattrezzi. Divise che bestemmiavano perché non riuscivano a fare i rilievi sul selciato a causa della pioggia. Un furgone con scritto polizia mortuaria. E poi la scarpa, quella ballerina rossa per cui la prendevo sempre in giro, abbandonata sulla strada. Aveva attraversato incautamente per raggiungere la corriera proprio mentre un neopatentato arrivava troppo veloce per fermarsi sul bagnato in una strada provinciale. Probabilmente il suo ultimo pensiero era stato per quel figlio che non si era neanche premurato di avvisarla chiamandola al telefono dell'ufficio.

Un anno dopo l'incidente ero arrivato per la prima volta a Pian della Cavalla seguendo il giovane che aveva ucciso mia madre intenzionato a vendicarmi. Ero riuscito a superare il mio senso di colpa scaricandolo su di lui. Avevo estratto la pistola, ma non avevo fatto in tempo a sparare.

Il ragazzo era insieme a degli amici e stavano giocando a mimare titoli di film. Toccò a lui e, scalzo, uscì dal perimetro del telo che avevano steso. Nessuno capì che quei saltelli su un piede non erano collegati al gioco, ma alla puntura di un insetto. Qualcuno urlò: «Ho capito! Il ballo dei narcisi!» Nel giro di trenta secondi crollò a terra. Fu uno shock anafilattico a fare giustizia. Ognuno aveva le sue debolezze, bastava conoscerle. Divenne la mia filosofia di vita e il mio lavoro.

Tornai a guardare il cellulare e feci partire la chiamata. Una voce femminile rispose interrogativa. «Sono un amico di Thankgod: è arrivato in Italia». Non attesi la risposta. Mi ero lasciato andare troppo ai sentimentalismi. Tornai sui miei passi. Sorrisi. Avevo una missione da compiere.



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