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LE SOLITE IGNOTE. ROSALIND FRANKLIN

Storie di donne che hanno fatto la storia delle scienze, senza essere mai apparse su un libro di scienze (o quasi)



di Chiara Ferraris



Tutti i nomi dietro ad un'elica


Spiego il DNA in seconda superiore. Di solito, quando introduco un argomento, lo contestualizzo nel momento storico in cui è stato scoperto, spiego ai ragazzi come ci si è arrivati, della sinergia tra scienza e tecnologia, fondamentale per avanzare nella comprensione della materia, sia essa animata o inanimata. Per introdurre il DNA ho una lunga serie di fotografie: Mendel, per primo, che ha scoperto come avvenisse la trasmissione delle informazioni ereditarie contenute nel DNA senza minimamente avere idea di cosa fosse, il DNA. Miescher, che ha scoperto una sostanza nel nucleo delle cellule, da lui denominata nucleina e collegandola all’ereditarietà dei caratteri, Morgan che nel 1904 si è dedicato ai cromosomi, Avery che finalmente ha messo insieme tutte le informazioni per giungere alla conclusione che il DNA fosse il detentore dell’ereditarietà e infine Watson e Crick, i due scienziati premi Nobel, che hanno dato un’immagine concreta al DNA, scoprendone la struttura.



La FOTO 51


Lo sappiamo tutti, no? La doppia elica, un po’ stortina. I gradini in mezzo, che sono le basi azotate che si uniscono per poi riaprirsi quando il DNA si deve duplicare. Ce l’abbiamo presente tutti quella bellissima foto di Watson e Crick che guardano il modellino del DNA, lo puntano con una matita e creano, da quel momento in poi, un marchio. Cioè, per intenderci, se dico DNA a voi appare quell’immagine lì, no? Succede con qualche altra molecola, che abbia un corrispettivo così univoco? Se dico proteina, ad esempio, o carboidrato, ognuno di noi pensa a una cosa diversa. Ma per il DNA non è così: l’immagine di tutti è esattamente quella.

Ebbene, nelle slide delle mie lezioni, prima della foto di Watson e Crick che, sorridenti e vittoriosi, osservano i legami a idrogeno tra Adenina e Timina, io metto sempre un’immagine che ha a che fare con il DNA tanto quanto il modellino tridimensionale dei due premi Nobel, sebbene, a prima vista, lasci tutti spiazzati.

Signore e signori, questa è la struttura del DNA:


La FOTO 51

Rosalind Franklin e il potere dei cristalli


E, signore e signori, lei è Rosalind Franklin, la donna che, grazie a questa immagine, la cosiddetta fotografia 51, ha permesso a Watson e Crick di giungere al modellino del DNA per il quale hanno ricevuto uno dei più alti riconoscimenti scientifici, insieme a Maurice Wilkins, molto meno conosciuto e nominato ma parimenti determinante.


From Wikypedia

La fotografia 51 è stata ottenuta grazie alla cristallografia a raggi X, una tecnica in cui i raggi X con cui vengono bombardati i cristalli vengono difratti creando una figura che, in base agli angoli di diffrazione e all’intensità di tale diffrazione, permette di localizzare la posizione degli atomi nei cristalli. Negli anni’50 la cristallografia a raggi X andava alla grande, aprendo le porte al mondo delle biomolecole, ossia i mattoni insostituibili che, messi insieme, compongono la materia animata: la cellula. E le biomolecole si comportavano benissimo: formano cristalli, per cui è stato possibile studiarle con questa tecnica che ha permesso, quindi, di comprenderne il comportamento. Perché, come dico sempre ai miei studenti, struttura e funzione vanno sempre a braccetto. Uno dei più bravi in questo campo era Linus Pauling, l’uomo che con questa tecnica riuscì a scoprire le strutture secondarie delle proteine, e infatti anche lui era in corsa per arrivare alla struttura del DNA, ma l’unica che continuava a ottenere i risultati migliori era Rosalind Franklin.



Una questione di stile?


La stessa Rosalind Franklin che i colleghi Watson e Crick criticavano per lo stile discutibile dei suoi abiti o per l’assenza di rossetto sulla sua bocca e che Wilkins mal tollerava per la sua scarsa propensione a condividere i suoi risultati. La Franklin conobbe Wilkins al King’s College di Londra, nel quale fu fortemente voluta proprio per la sua abilità nella cristallografia, tecnica che aveva imparato a Parigi, in un ambiente lavorativo particolarmente aperto e disteso, anche per le donne. Con Wilkins, invece, con il quale avrebbe dovuto lavorare alla struttura del DNA, in contrapposizione al gruppo di Cambridge formato da Watson e Crick, la collaborazione non era facile perché la Franklin, che conosceva il proprio valore scientifico, non desiderava sentirsi una subalterna.



La scorrettezza è un fatto di DNA


La storia sulla scoperta della struttura del DNA sembra una spy story, piena di intoppi, incomprensioni, colpi di scena, ma in tutto questo la domanda è: perché la Franklin rigettava di condividere le proprie scoperte con il collega Wilkins?

La Franklin sapeva benissimo cosa sarebbe successo, in un ambiente accademico in cui alle donne non era neppure concesso pranzare nella sala da pranzo del college e che le trattava come scienziate di serie B. Sapeva che sarebbe finita in secondo piano e questo, in effetti, fu ciò che capitò, a sua insaputa.


Le incomprensioni tra Franklin e Wilkins spinsero quest’ultimo ad avvicinarsi a Watson e Crick, e infine, a mostrare loro, senza che la Franklin ne fosse al corrente, le immagini da lei ottenute con la cristallografia a raggi X e che confermavano l’idea dei tre scienziati che il DNA avesse una forma ad elica – cosa che, invece, la Franklin inizialmente negava-.

A questo punto i due compresero che era tutta questione di tempo: la Franklin aveva l’immagine giusta, Wilkins aveva le informazioni e ben presto queste informazioni sarebbero arrivate ad altri, a Pauling, per esempio. Watson e Crick si dedicarono anima e corpo alla causa e, infine, giunsero al modellino a doppia elica con le quattro basi azotate appaiate a due a due che tutti ben conosciamo. Mostrarono i propri risultati anche a Wilkins e alla Franklin (ignara del proprio inconsapevole contributo) e tutti ne convennero che i due scienziati fossero approdati alla reale struttura del DNA, che venne resa nota al mondo scientifico il 25 aprile 1953 quando la rivista Nature pubblicò l’articolo firmato da Watson e Crick, mentre Wilkins e Franklin pubblicarono articoli separati sulla questione, confermando le teorie dei due colleghi.



Foto di Pete Linforth da Pixabay


Niente di nuovo sotto l'elica del DNA


La Franklin continuò la sua carriera altrove, si dedicò allo studio dei virus, tra i quali quello che causa la poliomielite, di cui determinò la struttura, e purtroppo morì molto giovane, nel 1958, a soli 37 anni, proprio a causa dell’esposizione ai raggi X a cui aveva dedicato la sua vita.

Quando nel 1962 Watson, Crick e Wilkins furono insigniti del Premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA, nessuno dei tre pronunciò il nome della Franklin e dell’immenso contributo che aveva dato loro, ossia la prova sperimentale che le loro deduzioni fossero esatte. Ci pensò Watson, nel 1968, a parlare di lei, nel suo libro “La doppia elica”, ma con toni poco lusinghieri e che sconfinavano dalle capacità scientifiche della scienziata. Come spesso capita alle donne, il dito era puntato sulla sua sciatteria nell’abbigliamento e sull’atteggiamento brusco e poco condiscendente. Si dimenticò, purtroppo, di citare che le avessero rubato dei dati scientifici per battere sul tempo altri studiosi nella corsa al DNA.



From Wikypedia

Un fottutissimo filo di rossetto


Una solita ignota, la Franklin, la cui storia fa arrabbiare moltissimo. Non avrebbe mai ricevuto quel Nobel, che non può essere dato postumo, e allora per quale motivo i tre scienziati non hanno almeno riconosciuto il valore scientifico della collega?

Perché sapevano di essere stati scorretti? Perché non volevano condividere l’onore con un’esponente del gentil sesso? O perché la Franklin non si è mai piegata a mettersi un po’ di fottutissimo rossetto?

Voglio sperare che il loro fosse rimorso, ma temo che non sia stato così.




Chiara Ferraris, nata a Genova, è biologa, insegnante e scrittrice. Vive in campagna con la sua famiglia. Ama leggere ed essere a contatto con la natura. L’impromissa, il suo romanzo d’esordio, è pubblicato da Sperling & Kupfer. Scritto in un lungo inverno, ha vinto la seconda edizione del Premio nazionale per opere inedite «Parole di Terra», sezione Narrativa, con il titolo Il giorno dei grilli verdi.


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