• Redazione TheMeltinPop

La cena



di Andrea Acquarone


Una sera di fine giugno, durante i tristi mesi del governo

Conte I, ero seduto a un tavolino in Piazza Castello a Milano.

Aspettavo Giulia che sarebbe arrivata a fine cena, costringendomi

a mangiare da solo, contro ogni aspettativa. Non si muoveva una

foglia, le poche macchine transitavano lentamente, e il brusio

sordo della città era interrotto dal volo infido e persistente delle

zanzare. Fu così che quando in un tavolo a fianco si sedettero tre

persone, animate da appassionata conversazione, non potei fare a

meno di ascoltare tutto quanto si dicevano.

Dovevano venire da una qualche presentazione, o conferenza,

perché all'inizio facevano riferimento a un certo Andrea che a

loro dire, con diversi accenti, non “aveva colto il segno” era

risultato “al di sotto delle aspettative”, e cose del genere. Ma ben

presto la conversazione andò a incontrare argomenti più generali,

a cui nella mia solitudine partecipavo emozionalmente,

prendendo le parti ora dell‟uno ora dell‟altro. Erano tre, come

detto, uno barbuto sulla cinquantina e due più giovani, neanche

quarantenni, dei quali uno occhialuto; non riuscii a stabilire con

certezza il tipo di rapporto, ma la sensazione è che i due più

giovani fossero amici e il barbuto amico o conoscente del non

occhialuto.


A un tratto il loro dialogare viene interrotto dall'arrivo del

cameriere – di quei camerieri professionali con le sopracciglia

curate, come piacciono a Milano – che nel portare i menù

richiama perentorio l'attenzione: “Buonasera signori. Oggi fuori

carta il nostro chef propone un‟insalata tiepida di gamberi e papaya

su letto di lenticchie marchigiane dop, maionese di topinambur e

semi di lino tostati, piuttosto che il risotto – molto buono – alle

ortiche rosse, crema di radicchio, scaglie di Castelmagno dop

mantecato in olio extravergine di oliva pugliese, cultivar in

purezza. Per ogni cosa, sono a vostra disposizione”.


“Grazie”, dice il barbuto. “Tu hai mai capito cosa vuol dire „in

purezza‟ Luigi?”, provoca l'occhialuto quando il cameriere si è

allontanato. “Cosa vuoi che ti dica?”

“Tu cosa mangi? Le linguine al ragù di coniglio con spolverata

di Parmigiano Reggiano 36 mesi, scaglie di noci e foglie di

origano di Pantelleria?”.


“Ma perché devono fare così?”, rincara l‟occhialuto, “perché

quattro righe? Ma non vi sembrano tutte stronzate?”.

“In realtà la cosa da fare è leggere solo la prima parola”,

interviene il barbuto cinquantenne, “devi capire se vuoi le

linguine, il risotto, i paccheri o la calamarata. È l'unico modo di

rendere intellegibile il menù. Se no ti perdi come in un labirinto

borgesiano”. Segue il canonico minuto di silenzio, finché uno dei

tre chiosa: “Ho capito che mangeremo di merda. Io prendo la

calamarata con le acciughe”.


“Vuoi dire la calamarata con pomodorini di Pachino, colatura

di acciughe, fogliette di basilico genovese caramellate alla cipolla

rossa di Tropea, con pinoli tostati e scaglie di bottarega?”, lo

rimbecca l'amico, credo – a questo punto – Luigi.

“Vai affanculo. Tu?”.

“Io il ragù di coniglio”.

“E tu Mauro?”, ovvero il più maturo dei tre.

“Io prenderò il risotto di ortiche”.

“Con bacche di ribes, Parmigiano Reggiano 36 mesi e scaglie

di polline? Ti piace il polline?”.

“Sai perché lo mettono?”, dice Mauro.

“No”.

“Per la croccantezza. Adesso ogni piatto deve avere la

„croccantezza‟, tu sai chi è Cannavacciuolo? O sei un snob che

non ha la televisione?”.

Questo Mauro doveva essere un professore, tipo di filosofia,

ma un filosofo-pop, come si dice. “Non ho la televisione”, fa il


Luigi, “ma so chi è Cannavacciuolo. Sono quelle informazioni che

mi fornisce la colonnina a destra del sito di Repubblica. Come dice

Michele Serra, lì c'è tutto, Cannavacciuolo, Balotelli, Belén, e così

impari cose che non avresti mai saputo. È il contatto con questo

mondo del cazzo che ha la gente come me. Ma non mi hai

risposto: tu piace il polline nel risotto?”.


Il palesarsi del cameriere curato e ben piantato – ore e ore di

palestra e di depilazioni – interrompe la leggerezza dei vicini; il

cameriere è serio, professionale. È teatrale, ma senza mostrare la

minima traccia di autoironia. I commensali gli comunicano con

una certa mestizia le loro scelte – il risotto, il ragù, la calamarata –

e il cameriere ne completa la dicitura – “con bacche di ribes,

Parmigiano Reggiano 36 mesi” eccetera – come un rosario,

aggiungendo a ogni tornata “ottima scelta”. “E da bere avete

visto qualcosa? Gradite un bolla?”.

“Un po' di vino bianco della casa”, risponde per tutti

l‟occhialuto, quasi ad essere provocatorio. Senza perdere il suo

aplomb da buttafuori a cena dai futuri suoceri, il cameriere

soprassiede a quella che davvero dovette percepire come una

provocazione. Fa notare che in fondo al menù c'è la lista dei vini.

Per togliere i commensali dall'imbarazzo il non occhialuto indica

rapidamente il nome di un vino che non conosce – lo si nota – e

viene gratificato con un' “ottima scelta”.

“Acqua? Frizzante ? Naturale?”.

“Frizzante, grazie”.

“Gradite la microfiltrata e rigassificata o quella in bottiglia?”.

“Porti pure quella normale, grazie”, fa il barbuto, che a un

tratto pareva stanchissimo, estenuato.

“Intende quella in bottiglia o quella microfiltrata

rigassificata?”.

“E non lo so, quella normale, quella che servite normalmente:

io non mi intendo di acque frizzanti”.

“Allora se non l'ha mai provata le porto la minerale

microfiltrata rigassificata. È quella che i nostri clienti chiedono di


più, e devo dire che come acqua frizzante è veramente molto

buona; vedrà che ha un gusto davvero molto particolare, quasi

impercettibile”.

“Bene. L'importante è che sia buona come acqua frizzante”, il

filosofo non poté contenersi dallo sfottere, certo di non essere

inteso, e non fu inteso.


Un accenno di brezza rinfrescò la sera meneghina. Per un

attimo mi ritirai nei miei pensieri e lasciai i vicini alle loro

discussioni. Parlavano animatamente, ma a voce contenuta. Carpii

da qualche frase che erano genovesi, o almeno due su tre. Sentivo

che la loro conversazione, all'arrivo così seria, era stata intaccata

dallo spirito del luogo. Uno diceva “capisci che Andrea spende

venti pagine del suo libro, che comunque rimane un gran libro,

necessario, a parlare del „Noi di riferimento‟, della rigenerazione

democratica, e poi c'è Chef Rubio che è diventato un maitre à

penser e siamo attorniati dalla croccantezza. E nel frattempo

Salvini è al governo. Ma di che cosa stiamo parlando?”.

“E lo so, ci battevamo contro l'olio di palma e non ci

accorgevamo che stava tornando l'olio di ricino”.

“Non è tua”.

“No, non lo è, ma non importa: è così”.

“Hai ragione, ma è una cosa strana. Se ci pensi tutti quei

discorsi, quando sono cominciati, sembravano, come dire, erano

di sinistra. La destra, in questo dominio del cibo – che ormai

detesto – erano i cordon bleu, il Carte d’Or, la falsificazione dei gusti,

eccetera, invece „la verità della terra‟, Latouche, erano le battaglie

di una certa sinistra. Ricordi Barbara, che aveva fatto la scuola di

Slow Food a Bra, il primo anno che aveva aperto. Lei era la tipica

che ci credeva, ora tra l'altro ha aperto un ristorante dove servono

solo vini naturali...”.

Barbara è figlia di un marchese, Luigi...”.

“Ma che c'entra, è una di sinistra, è sempre stata una di

sinistra...”


“Figlia di marchesi, con la tata tedesca e la cuoca. E la casa a

Capo Santa Chiara. Per cortesia”.

“Va bè, anche Doria è marchese, dai, non è quello il discorso.


Il fatto è che c'è stato un movimento, come dire, d'opinione, in

cui anche io, anche noi abbiamo creduto. Io ero persino andato a

Venezia, nel 2008, a un festival della sostenibilità. Una roba ante

litteram, mezza patetica, ma ci stava. E ti giuro che nessuno di noi

avrebbe mai immaginato che saremmo arrivati alla rigassificazione

in purezza di quello stronzo, con le sopracciglia ad ali di

gabbiano”.

“Semplifichi”.

“Certo che semplifico, ma è così. Ma tu quando stavi a

Barcellona non eri in quella storia dell'orto urbano, a Gracia? E

allora! Ma dimmi te che cazzo è un orto urbano, se ci pensi

veramente, a cosa serve. A niente. A dire che abbiamo gli orti

urbani”.

“Si e no. Non dico per l'utilità quantitativa che può avere, che

è praticamente nulla, ma per il simbolo che può rappresentare. Ci

sono bambini che non hanno mai visto un orto, il pollo nasce al

supermercato”.


“Si va bé. E la Didi che credeva che i calamari fossero degli

anelli che nuotano così, a spirale. Però divaghi. Il fatto è che noi

parlavamo del ritorno alla terra – per inciso, ritorno degli altri,

dato che non mi risulta che nessuno di noi qua abbia mai zappato

granché – e poi è finito tutto in purezza e in croccantezza. La

cosa più tremenda è che in realtà è colpa nostra. Anche colpa

nostra”.


Così si rimbeccavano i due più giovani, mentre il professore

taceva, a volte guardava il telefono. Sembrava annoiato, forse era

po'depresso. Nel frattempo mi era arrivato uno spaghetto

inondato di bottarega, con molta poca pasta. Chissà perché così

poca. Poi anche ai vicini iniziarono ad arrivare cibi e libagioni,

“chi assaggia la bolla?”, “lui che è di famiglia di papi”, “ecco la

nostra calamarata”, “la ringrazio”, “vanno bene le bollicine?”,


“sono perfette, grazie”, eccetera. Al ché inizia il professore,

prendendola alla larga: “La settimana scorsa ho rassegnato le

dimissioni dalla rivista de „Il Mulino‟. Erano vent'anni che

collaboravo; una delle migliori riviste di questo Paese, dove si

sono svolti alcuni dei dibattiti più brillanti degli ultimi decenni”.

“Dibattiti brillanti che non sono usciti dal vostro mondo a

chiusura ermetica, direi”, chiosa il non occhialuto.


“Certo”, riprende il professore, “ma servono pur sempre a

qualcosa. Invece ora la situazione è terribile: sono diventati dei

rincoglioniti. E io gliel'ho detto. Si ostinano a non vedere che il

mondo è cambiato, con la rivoluzione digitale, a una velocità che

non si aspettavano. Le vecchie categorie sono svanite, sono inutili.

Pensate ancora ai discorsi contro la globalizzazione: ormai non

hanno più senso. Di tutto quel movimento, per così dire, è

rimasto il pomodoro biologico del produttore a chilometro zero.


Non so se mi spiego: c'era anche quello, ma è rimasto solo quello.

Ed è pure andato a finire da un'altra parte...”.

“Mi scusi, può mica portarmi un filo d'olio?”, interrompe

Luigi rivolgendosi al cameriere, che con cenno silente fa intendere

di aver ricevuto.

“Ecco”, riprende Mauro, “è stato tutto travisato. In buona

sostanza i nostri discorsi di vent'anni fa non li ricorda più

nessuno, e comunque non sarebbero attuali. E quelli che sono

rimasti sono stati travisati. Che è ancora peggio, perché hanno

prodotto un cambio, quasi antropologico, dove la gente si

vergogna delle trattorie con le tovaglie a quadretti, si vergogna in

fin dei conti di esser quel che è. Ma non perché voglia riscattarsi,

coltivarsi, assurgere a nuova cittadinanza, ma perché vuole

sofisticarsi, senza però aver costruito un gusto”.

“Sai che Gramsci scrisse una volta: „La vecchia nobiltà aveva

indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è

successa al potere‟1


. Forte, vero?”, dice il giovane non occhialuto.


1 "Il grido del Popolo", 6 giugno 1918.


“Si, ma in realtà...”

“Il nostro olio signori”, la voce stentorea del cameriere si

interpone, senza ammettere repliche, “cultivar taggiasca non

filtrato: lo fa un produttore della Riviera Ligure di Ponente che

lavora veramente molto bene: se notate sul fondo un deposito più

torbido è perché non usano nessun additivo, lasciano l'olio

naturale com'e. O come dovrebbe essere, ma non sempre, anzi

quasi mai è, tanto che la gente non ci è più abituata e mi è già

capitato che qualche cliente me lo facesse notare, e per questo ho

voluto dirvelo prima. Ci faceva piacere se lo provavate tutti, oltre al

signore che ce lo ha chiesto, e poi ci saprete dire cosa ne

pensate”. Con fare vagamente teatrale lascia dunque la bottiglia

sul tavolo, con un piattino e crostini da degustazione. “Ma è in

purezza?” chiede sornione il Luigi, ricevendo una gomitata

dall'amico; il cameriere per fortuna era già lontano.


“Io però voglio dirvi una cosa”, riprende l'occhialuto

manifestamente esacerbato, “perché c'è una differenza, santo dio,

tra l'olio in purezza e Antonio Gramsci. Saranno anche due

aspetti della cultura, non voglio negarlo. Vogliamo dare all'olio in

purezza del coltivar di stocazzo la dignità di chiamarlo cultura? Va

bene! Cultura del territorio, bello! Cultura della terra, per carità!

Però sono due cose diverse. L'olio 36 mesi e Voltaire non sono la

stessa roba”.

“È il Parmigiano 36 mesi, non l'olio”.

“Ma non me ne frega un emerito cazzo. Lui, quel signore lì,

pensa che non sapere dell'olio in purezza sia una mancanza, io

penso che non sai chi è Gobetti non dovresti poter votare.

Sbaglio? Sbaglia lui?”.

“Sbagli tu”.

“Secondo te lui lo sa chi è Gramsci? Lui, con le sue ali di

gabbiano e i suoi pettorali depilati”.

“Ma che ne sai che ha i pettorali depilati”.


“Ma come che ne so, ma secondo te? Ma dai. Ti ripeto: è più

importante Gramsci o i pettorali depilati? Pasolini o la

croccantezza?”.

“Chissà cosa avrebbe detto Pasolini...”.

“Eh già...”, si fanno pensosi, mentre finiscono mestamente le

loro portate; menzionare Pasolini fa spesso l'effetto di rendere

evidente la nostra insufficienza.

“La sinistra che sbaglia battaglia, e finisce per fornire un assist

alla sofisticazione, dunque. È andata così?”, suggerisce il Luigi,

stanco.

“La sinistra è tanti anni che sbaglia battaglie”, chiosa l'amico.

“E gliel'ho detto”, rincara il filosofo, “alla redazione di quelli

del „Mulino‟, ho detto „voi non sapete più leggere i mutamenti,

che per loro natura sono diventati digitali, velocissimi. Siete

rimasti imbalsamati‟...”.

“...lei cita cifre vuote...”

“...e perde le elezioni!”.

“D'Alema a Berlusconi”.

“Si, sono citazioni per pochi”.

“Anche un po' antiche, oserei dire”.

“Per pochi”.

“E dunque è così, non mi pare ci sia granché altro da dire:

pensavamo al contadino messicano, alla filiera del caffè, ed è

finita in purezza”.

“L'hai già detto”.

“Chiediamo il conto?”.

“Abbiamo mangiato veramente male”.

“Davvero”.

“Colpa nostra”.

Fanno per alzarsi, suppongo per andare a pagare dentro, e io

resto con la mia curiosità. Avrei voluto sedermi al loro tavolo,

prima che fosse tardi, e dirgli “guardate che se siamo onesti, quel

che ci rode non è non essere maggioranza. Maggioranza non lo

siamo, vedete bene voi quante ali di gabbiano, quanti pettorali


depilati, l'avete detto prima. Ma la verità è che non ce ne frega più

nulla. Quel che ci turba è soltanto restare esclusi dal potere. Non

poter governare: quello sì che ci allarma! Perché abbiamo la

convinzione, con le nostre librerie in casa, i nostri abbonamenti

alle riviste, le nostre belle conversazioni, di essere più evoluti, più

coltivati, più complessi, e dunque più adatti a governare. Non

perché si sia di più. Anzi, siamo certamente di meno, e non mi

pare ci sia nemmeno questo sforzo sincero, antico, di diventare di

più.


Ci basta comandare. Allora non le vediamo nemmeno, le ali

di gabbiano, o le consideriamo come un fenomeno che non ci

riguarda. Ma è un mondo onirico, il nostro: una voragine lo

separa da quello reale. Ed è un peccato, ne convengo, che non sia

quello reale, perché è un bel mondo, o diciamo che è l'unico che

anche io riesco a concepire. Ma sta finendo, anzi forse è già finito.


Uno su tre vota Salvini, c'è poco da ridere, e non ce ne

capacitiamo. Siamo tornati al punto iniziale: bene compagni, e

adesso che fare?”.

Avrei voluto parlargli così, e vedere cosa mi dicevano, ma se ne

stavano già andando. Sono rimasto perciò ancora un pochino,

guardando il telefono e aspettando Giulia, con cui poi abbiam

parlato d'altro.


Andrea Acquarone, consulente economico, analista , giornalista, saggista.

Nel 2019 è uscito "Una tranquilla ora d'Europa" appunti per una rivoluzione possibile ( De Ferrari editore)

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