• Redazione TheMeltinPop

FuoriSerie. "MAID", "SQUID GAME", "UNORTHODOX"



FuoriSerie, il nuovo spazio dedicato alle serie tv, questa settimana si occupa di ben tre tra le serie più viste - e più chiacchierate - degli ultimi tempi. Per chi non ci avesse seguito fino a qui, FuoriSerie è una rubrica nata da un progetto di collaborazione che unisce The Meltin Pop agli studenti del primo anno del Corso di Creative Writing della facoltà di Scienze della Comunicazione UNIGE di Sara Rattaro. Gli studenti sono chiamati a recensire una serie TV scelta tra un ventaglio di proposte di grande successo appartenenti ad un genere specifico. Le recensioni giudicate di volta in volta più originali e accattivanti tra quelle giunte in redazione saranno pubblicate. Di prova in prova, tutti ragazzi coinvolti stanno dimostrando ottime capacità analitiche, personalità e grande sensibilità, rendendo la scelta di sole due recensioni davvero difficile. Dal momento che molte sono quelle meritevoli e che ognuna di loro offre chiavi di lettura originali della serie di cui consiglia la visione, la redazione ha deciso di proporvi quelle che maggiormente possano illustrarne meglio il tema e, attraverso il confronto e il differente punto di vista, possano quindi incuriosirvi.

Questa settimana vi proponiamo un genere che unisce all'intrattenimento anche riflessioni sulla nostra SOCIETA', sui meccanismi che vi operano e sul peso della cultura e delle tradizioni che la contraddistinguono. Avremo quindi Chiara Gardella, Alice Massari, Arianna Monticone e Sara Picasso per la serie MAID; Valentina Laviano a parlarci dell'inquietante SQUID GAME; Giulio Fabbri e Lucia Palumbo per UNORTHODOX.



 


Maid: un viaggio alla ricerca di una nuova vita


di Chiara Gardella


Titolo: Maid

Genere: Drammatico a sfondo sociale

Anno: 2021

Episodi: 10

Durata: 50/60 min

Attori: Margaret Qualley, Nick Robinson, Anika Noni Rose, Tracy Vilar, Billy Burke, Andie MacDowell, Aimee Carrero, Raymond Ablack, Rylea Nevaeh Whittet e B.J. Harrison.

Produttori: Molly Smith Metzler, John Wells, Erin Jontow, Margot Robbie, Tom Ackerley e Brett Hedblom

Regia: John Wells, Nzingha Stewart, Lila Neugebauer, Helen Shaver e Quyen Tran

Distributore: Netflix


“Non voglio togliere un letto a chi ha subito un vero abuso: botte, ferite...

E gli abusi finti quali sono? L’intimidazione, le minacce, il controllo…”


Fino a dove devono arrivare le violenze per essere considerate tali? Se ci fossimo noi dall’altra parte e dovessimo subire quotidianamente offese e insulti da parte del nostro compagno, come reagiremmo? Qual è il confine tra giustizia e umanità?


Maid non è una di quelle serie tv che ti strappa una risata a fine giornata, questa è la storia di un lungo e tortuoso viaggio alla ricerca di una vita migliore, è il racconto di un’intima fragilità e di una vita piena di ostacoli ed errori che nonostante tutto risulta essere un esempio di immensa forza e voglia di rinascita.


I dieci episodi si ispirano al best-seller di Stephanie Land “Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa, e la voglia di sopravvivere di una madre”, infatti, come si può intuire dal titolo, la cui traduzione è “colf”, la protagonista lavora per un’impresa di pulizie. La serie è ambientata nello Stato di Washington e racconta la storia di Alex, una giovane donna che vive assieme al compagno Sean e alla figlia Maddy. Non siamo davanti al ritratto della solita famiglia felice, infatti la serie si apre proprio con la ragazza che prende la macchina e decide di scappare assieme alla piccola Maddy. Le uniche cose che Alex porta con sé sono l’audiocassetta preferita della figlia ("Shoop" - Salt-N-Pepa), la sua bambola dai capelli azzurri ed uno zaino pieno di rabbia, delusione, e un pizzico di coraggio che le darà la forza necessaria per affrontare le avversità dei mesi successivi.


Ci troviamo davanti ad un cast stellare, nel quale tutti gli attori si sono calati egregiamente nelle parti di personaggi molto complessi, caratterizzati da grossi divari interiori e ostacoli da affrontare. Meravigliosa la protagonista Margaret Qualley, che con i suoi occhi color ghiaccio e le sue indiscutibili abilità interpretative, riuscirà a portarvi con lei in un viaggio che vi farà spalancare occhi e cuore in ogni singolo fotogramma. Potremmo dire che queste doti recitative le abbia in parte ereditate da Andie McDowell, madre di Margaret sia in scena che nella vita reale; nella serie veste i panni di Pola, un’artista un po’ eccentrica che deve convivere con il bipolarismo e l’instabilità emotiva che ne deriva.


“L’abuso emotivo è difficile da dimostrare, legalmente non è classificato come violenza domestica in questo Stato”


Ci troviamo di fronte ad una serie dalla quale emergono tematiche molto crude, infatti Maid è una storia di alcolismo, disturbi della personalità, ingiustizie e difficili rapporti interfamiliari. Altro tema è la violenza domestica, in questo caso violenza psicologica che inizialmente viene minimizzata dalla stessa Alex che poi si renderà conto che l’entità di un abuso non si conta dai lividi che hai sul corpo. Una nota positiva è la grande solidarietà femminile, Alex infatti trova sostegno e aiuto nel rifugio che ospita donne vittime di violenza domestica e qui emerge la figura della magnifica Denise che rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per tutte le donne in cerca di aiuto.


Inoltre, la serie porta alla luce diverse criticità della società statunitense dove regna un enorme disinteresse verso le classi sociali meno abbienti; una società nella quale il denaro è al centro di tutto e la sua mancanza non porta solo a conseguenze materiali, ma anche a forme di indebitamento di tipo morale. Un altro aspetto interessante è quello legato alla passione di Alex per la scrittura creativa. Nel suo diario riesce a cogliere l’essenza delle persone che vivono nelle case che pulisce giorno dopo giorno, portando alla luce anche gli aspetti più scomodi, intimi e talvolta oscuri; tuttavia, è proprio attraverso il diario che Alex capisce le sue esigenze, le sue mancanze e ciò di cui ha bisogno per poter essere felice.


La bravura degli attori e l’azzeccata scenografia hanno dato vita ad una serie straordinaria che vi farà riflettere su situazioni sociali molto attuali. Il tutto viene messo in scena con inquadrature che vi accompagneranno nel racconto di una storia toccante e autentica nella quale emergerà la voglia e la forza di Alex di rimettere insieme i pezzi della sua vita frammentata.

Molte persone non scommetterebbero mai su una madre single che cerca di riordinare la propria vita e allo stesso tempo di rincorrere i suoi sogni; Alex sicuramente cadrà molte volte ma non mollerà mai perché è spinta dall’irrefrenabile desiderio di dare alla piccola Maddy tutto ciò che lei non ha mai avuto: serenità, amore e sicurezza.



 


MAID


di Alice Massari


Fuggire da una relazione violenta non è mai semplice. Maid è una miniserie targata Netflix di dieci episodi, che racconta la storia di Alex, una ragazza madre, che tenta in ogni modo di rialzarsi con le proprie gambe e di scappare da un compagno violento e dipendente dall’alcol.


La serie è ispirata al memoir di Stephanie Land Donna delle pulizie, in cui racconta la sua storia, le difficoltà che ha dovuto affrontare per poter rifarsi una vita ed essere indipendente.

Ideata da Molly Smith Metzler, narra la storia di Alex (Margaret Qualley), costretta a scappare in piena notte con sua figlia Maddy dalla propria casa, per cercare di ricostruirsi una vita da zero, senza soldi e senza un posto in cui vivere, a causa del comportamento violento del fidanzato Sean (Nick Robinson). Da questa sua scelta deriveranno numerose conseguenze e sfide che durante la serie dovrà affrontare, dal trovare un lavoro per poter garantire a lei e a sua figlia un futuro migliore, al rapporto da sempre travagliato con sua madre Paula (Andie MacDowell) e con il suo ex fidanzato.


Alex è una giovane ragazza dal passato molto difficile che deve fare i conti con sua madre, una donna scostante, inaffidabile, affetta da bipolarismo, e un padre totalmente assente. Dopo aver riposto tutte le sue speranze in una relazione che avrebbe dovuto migliorare se stessa e la sua vita, ma che, in realtà, l’ha solamente delusa e distrutta, Alex riesce a trovare le forze per scappare da un ragazzo violento, che cerca in tutti i modi di tarparle le ali, grazie anche a sua figlia, che rappresenta tutto il suo mondo e per cui farebbe qualunque cosa. Alex non si scoraggia mai, nonostante i pochi soldi che guadagna facendo le pulizie, è sempre positiva, anche se le cose non vanno come lei si aspetta.


Ciò che ci colpisce maggiormente della protagonista è sicuramente la forza che la contraddistingue, con cui riesce ad affrontare le difficoltà, l’indigenza, i contrattempi, la burocrazia estenuante, sempre con il sorriso sulle labbra e pronta, a fine giornata, a fare la mamma. Il suo sogno più grande è quello di riuscire a trovare stabilità e indipendenza insieme alla sua bambina, senza bisogno di altro. La crescita della protagonista, il suo coraggio e la sua speranza nel futuro sono ciò che la caratterizza e che ci fa innamorare del suo personaggio, vero e genuino. Ciò che colpisce di Alex è anche la caparbietà che la caratterizza, il fatto che prova a non dipendere da nessuno. Nonostante tutti le vadano contro, lei si tira su le maniche e combatte fino alla fine per poter garantire a se stessa e a Maddy una vita migliore e più facile, seguendo il suo sogno di finire l’università per diventare una scrittrice. Il filo rosso che unisce e dà un senso a tutto ciò che le succede è la scrittura: Alex capisce ciò che prova nel momento in cui lo scrive e noi con lei.


Molly Smith Metzler è riuscita a descrivere tutti i personaggi in modo del tutto umano, anche quelli più negativi: ad un certo punto della serie si fa quasi il tifo per l’ex fidanzato di Alex, ci fa quasi tenerezza per la sua vulnerabilità. Inoltre, nonostante il rapporto tormentato tra la protagonista e sua mamma, possiamo vedere quanto una tenga all’altra, quanto si vogliano bene.

Spesso, si possono notare i primi piani sul viso della protagonista, attraverso cui è possibile capire le sensazioni di Alex, i suoi pensieri e le sue paure. Attraverso i suoi occhi possiamo leggere ogni sua emozione, la fatica che fa per lavorare ore e ore al giorno senza fermarsi un attimo, per trovare un posto in cui vivere insieme a sua figlia, per cercare di tutelare sua madre, per ottenere la custodia di Maddy. Non si notano, però, solo le sensazioni negative: attraverso i suoi occhi possiamo captare l’amore che prova nei confronti della sua bimba o la felicità di riuscire a guadagnare qualche soldo in più.

La sua lotta quotidiana contro la povertà è scandita dal continuo conteggio sullo schermo dei soldi che le restano dopo ogni spesa o che guadagna, un espediente riuscito per far sì che lo spettatore si immedesimi in lei. L’uso dei flashback e di immagini che sono la metafora di alcuni stati d’animo di Alex (una su tutte, il buco nero in cui sprofonda la ragazza in uno dei rari momenti di rassegnazione) rendono ancora più efficace e dinamica la narrazione.


Maid non racconta soltanto la vita difficile e dolorosa della protagonista, ma è anche una critica alla società statunitense fatta di ingiustizie che danneggiano chi già si trova in estrema difficoltà e una storia che affronta tematiche estremamente importanti, la violenza, anche psicologica, sulle donne e l’enorme importanza che si dà al denaro nella società di oggi. Alex è un esempio per tutte quelle ragazze che si trovano nella sua situazione, che hanno paura della persona violenta che hanno al proprio fianco. È un esempio da seguire per chi vuole trovare la propria strada senza dipendere da nessuno, soltanto con le proprie forze.



 



Maid: Oltre il vittimismo

di Arianna Monticone


Sei disposto a perderti per ritrovarti?


Ispirata al memoir di Stephanie Land “Maid: Hard Work, Low Pay and a Mother's Will to Survive” Maid è una delle miniserie più viste sulla piattaforma Netflix.

Ideata da Molly Smith Metzler, scrittrice di alcuni episodi di Orange is the New Black, e diretta da John Wells, scrittore e regista di Shameless, attraverso 10 impeccabili episodi la serie ci catapulta in una storia che necessita di essere francamente raccontata.


Alex (Margaret Qualley), la protagonista, è una ragazza di 25 anni che, dopo l’ennesima sfuriata alcolica del fidanzato Sean (Nick Robinson, protagonista in Noi siamo tutto e Tuo, Simon), terrorizzata decide di scappare senza alcun piano con la loro piccola e dolce figlia Maddy, di appena 2 anni.


Inizia così il cammino, o meglio la corsa, su una strada lastricata di insidie che Alex caparbiamente affronta facendo sacrifici, verso una consapevolezza, una rivalutazione di sé stessa. È costretta ad accettare un lavoro sottopagato come donna delle pulizie; visitando le case riesce ad intrufolarsi felinamente nelle vite delle persone e rispolverare il piacere di raccontarsi. Prende vita, così, un brillante diario che dona un valore ai suoi pensieri, schiacciati ma mai abbandonati, grazie ad un sogno nel cassetto molto speciale.


Maid, tramite pochi personaggi dal grande carattere, denuncia una realtà dura e complessa che andrebbe affrontata di petto, proprio come fa Alex, rifiutando la posizione di vittima, impedendo alle persone di condannarla in quanto povera domestica e obbligandole, invece, a valorizzarla per la sua tenacia, per il suo essere una grande mamma e scrittrice.

Quando siamo convinti che peggio di così non possa andare, che la resa sia ormai troppo vicina, compare puntualmente un pop-up che indica il credito rimasto che, nonostante gli estenuanti sforzi, non è mai sufficiente.


Margaret Qualley alterna così momenti di temerarietà a occhi pieni di lacrime pronte a inondare la scena, e lo fa in modo eccellente, mettendo a nudo un’esistenza taciuta fatta di abusi, incompatibilità e lotte continue.

Ad affiancarla c’è sua mamma Andie MacDowell (Paula nella serie, nonché mamma di Alex) attraverso un rapporto difficile, forse mancato, dovuto dal fatto che Paula è una mamma bipolare e stravagante, incurante delle ferite che porta con sé ma che, nel momento giusto, saprà farsi da parte; si percepisce la complicità inconfondibile tra mamma e figlia e questo le rende spettacolari.


Maid si impone di capovolgere le sentenze superficiali e univoche di ogni singolo personaggio, ciascuno ha un vissuto impregnato da mille sfumature. Il personaggio apparentemente impeccabile è affiancato da un’ombra che lo tormenta, mentre quello più crudele ha una calda luce che non sa svelare.

Abbiamo tutti una sottoveste, spesso controversa ma, d’altronde, un’ombra ha bisogno di luce per esistere e viceversa.


La serie snoda tematiche decisamente fragili quali violenza psicologica, maternità, povertà, burocrazia, il tutto però attraverso una lente incredibilmente umana e reale.

La protagonista naturalmente sbaglierà, ricadrà nei suoi errori, a volte non saprà dietro quali scuse rifugiarsi e, semplicemente, accetterà le sconfitte a testa alta, senza paura.

Credo sia doveroso apprezzare fino in fondo l’intento fermo e deciso della serie di consapevolizzare: l’entità di un abuso non si calcola con la quantità dei lividi sul corpo e, anche se povertà significa porte chiuse in faccia e umilianti labirinti burocratici, per contro non sarà un maglioncino di cashmere a nascondere le crepe del cuore.


Maid è una storia raccontata in modo coerente, senza giri di parole, forte, stuzzicante; l’interpretazione mozzafiato del cast, le precise inquadrature e la scelta dei colori la valorizzano, rendendola un vero e proprio gioiello di emozioni.

Non aspettatevi il classico stucchevole susseguirsi di moralismi, abbandonate ogni pregiudizio e godetevi ogni minuto col cuore in mano; alla fine sarà così toccante dover salutare Alex e la piccola Maddy ma lo farete convinti e orgogliosi di averle alleggerite da quella pesante porzione di vita!


“Molte persone non scommetterebbero su una madre single che si iscrive al college, ma non sanno quello che ci è voluto per arrivarci: ben 338 bagni puliti, 7 tipi di sussidi governativi, 9 traslochi, una notte alla stazione dei traghetti e l’intero terzo anno di vita della mia dolcissima figlia Maddy”


Maid ci ricorda che le cose spesso e volentieri non sono perfette e raramente va tutto bene, ma non c’è nulla che sia mai del tutto perduto. Alex ci regala un teorema per la vita: non tutto ciò che travolge deve far vacillare e la vera ricchezza sarà sempre avere una bella mente, un bel cuore e una bell’anima, tutto il resto conta solo se per primo… “Sono io a brillare” (Alex)



 


Maid


di Sara Picasso


“Maid” è il titolo della miniserie drammatica ispirata all'autobiografia di Stephanie Land “Donna delle pulizie. Lavoro duro, paga bassa e la volontà di sopravvivere di una madre” proposta dalla piattaforma Netflix, creata da Molly Smith Metzler e prodotta da Warner e John Wells.


La protagonista e la sua storia rendono grande questo capolavoro che racconta di abusi e dipendenze, di voglia di rivalsa, di femminismo, famiglia e depressione. È difficile parlare di temi così delicati ma grazie al talento di Margaret Qualley e degli altri membri del cast è stato possibile trattare problemi che coinvolgono la nostra società e sono ancora troppo poco affrontati.


Le prime scene di questa storia sono confuse: dei vetri rotti si intravedono sul pavimento, si vede una giovane donna scappare in macchina durante la notte dal compagno e da quella che fino a quel momento era stata la sua casa, con sua figlia e uno zaino quasi vuoto. Questo è l'inizio della storia di una sopravvissuta e la sua bambina. Al centro di Maid troviamo Alex, una ragazza minuta, con gli occhi blu intenso e capelli scuri che deve trovare la forza di sopravvivere tra mille stenti. Rimboccandosi le maniche riesce a trovare un lavoro come domestica nella ditta “Value maids”, dalla quale il titolo della serie. Lo stipendio è poco e molto spesso non basta per garantire una situazione stabile per lei e la piccola Maddy.


Tramite alcuni flashback si scoprono ricordi della nostra protagonista, che in qualche modo influenzeranno anche le sue scelte. Nonostante al centro della vicenda ci sia Alex, la trama lascia spazio anche per raccontare le storie e i passati turbolenti di altri protagonisti come quello di Sean e soprattutto quello dell'artista Paula (madre di Alex), grazie alle quali si possono capire alcuni comportamenti e decisioni da loro prese in passato ma anche nel presente.


La bellezza di questa miniserie è che tutti i protagonisti sono resi umanamente, facendoci vedere ogni sfumatura del loro carattere, mostrandoci che nessuno è “bianco” o “nero”, c'è una zona “grigia” che con il tempo potrebbe tendere più da una parte o dall'altra e siamo noi a dover decidere quale perseguire, sta a noi cambiare, sia per noi stessi sia per coloro che ci stanno intorno e questo aspetto viene trattato bene in questa emozionante storia di una famiglia complicata che ha bisogno di ricominciare, superare gli ostacoli che la vita gli mette davanti per tornare a capire come vivere.


“Ti piace essere una mamma?”

“Vivo per mia figlia”


Questa citazione tratta dal dialogo tra Alex e Regina (proprietaria di una casa lussuosa che la protagonista pulisce per lavoro) rende evidente il legame che c'è tra lei e Maddy, infatti lei è l'unica che può creare un futuro per la sua bambina e in compenso riceverà un amore incondizionato e senza secondi fini, un affetto puro e senza confini che sarà la sua àncora di salvezza nei momenti più difficili.


Lo scopo della storia è anche quello di fare aprire gli occhi sulla delicata situazione dell'abuso emotivo, al quale sono sottoposte molte persone in tutto il mondo ma che è ancora più difficile da dimostrare rispetto a quello fisico, perché le vittime di questo tipo di violenza molte volte non si rendano nemmeno conto di esserlo.

La citazione“Il bicchiere ha colpito il muro e non me” è un modo per descrivere i pensieri di chi fugge da una situazione che è violenta solo psicologicamente e non fisicamente, mentre un'altra frase sempre detta dalla nostra protagonista “Per dirgli cosa, che non mi picchia?” descrive i problemi che si riscontrano nel dimostrare i traumi subiti alle autorità.

Sembra che questa “zona grigia” degli abusi, per la semplice scusa di non lasciare segni evidenti, non possa essere meritevole di essere definita violenza.


Maid trova la sua potenza visiva non solo nella magnifica interpretazione degli attori ma anche entrando in contatto con paesaggi come le azzurre distese dell'Alaska, dalle inquadrature che si spostano da paesaggi naturali bellissimi a parcheggi con roulotte che cadono a pezzi per poi tornare a concentrarsi su ville lussuose con viste spettacolari.

La protagonista scoprirà l'importanza della solidarietà femminile, che riceverà soprattutto nel centro di accoglienza in cui si rifugerà insieme ad altre vittime che come lei avranno le loro sfide da superare e con le quali condividerà il suo dono, cioè quello della scrittura, grazie alla quale riuscirà a tirar fuori tutte le emozioni che reprimeva da tempo e che le salverà letteralmente la vita. Se state cercando una serie che affianca solitudine e disperazione alla forza che c'è dentro ad ognuno di noi questa è senza dubbio adatta, ma preparatevi i fazzoletti perché questi dieci episodi vi faranno entrare in un turbine di emozioni.

 



Squid Game: come un ponte tra due realtà


di Valentina Laviano



Titolo: Squid Game

Genere: azione, Drama coreano, dispotico, thriller

Puntate: 9

Durata: 50 minuti a episodio

Produttori: Siren Pictures Inc

Regia: Hwang Dong-hyuk

Attori: Lee Jung-Jae (Seong Gi-hun), Park Hae-soo (Cho Sang-woo), Wi Ha-joon (Hwang Jun-ho), Jung Ho-Yeon (Kang Sae-byeok), Oh Yeong-su (Oh II-nam), Heo Sung-tae (Jang Deok-su), Anupam Tripathi (Alì Abdul), Kim Joo-ryoung (Han Mi-Nyeo)

Distributore: Netflix


“Squid Game”, penso che questo sia un titolo che, in un modo o nell’altro, chiunque ha sentito nominare almeno una volta, si tratta di una serie tv sudcoreana che nel 2021 ha debuttato sulla piattaforma di Netflix, affascinando migliaia di spettatori.

Attraverso i suoi nove episodi, ci viene raccontata una realtà distopica in molti aspetti, ma contemporanea in altri.


Seong Gi-hun è un uomo sudcoreano, costretto a vivere alle spalle della madre anziana, a causa dei suoi innumerevoli debiti. Un giorno, dopo aver perso l’ennesima scommessa, viene avvicinato da uno sconosciuto, che gli offre la possibilità di guadagnare una grossa somma in denaro, partecipando ad una gara. Subito pensando all’ennesima truffa, il nostro protagonista si ritroverà a rifiutare, per poi, spinto dalla speranza di una vita migliore, accettare la proposta. È così che Seong Gi-hun entrerà a far parte di un gruppo di 455 individui, tutti nella stessa condizione economica, il cui desiderio comune è quello di uscire dai giochi con abbastanza denaro per vivere in un modo migliore. Nel momento in cui verrà mostrato ai giocatori come si potranno vincere le diverse competizioni, e quindi il denaro, quest’ultimi si troveranno a chiedersi: “cosa vale di più, la vita o i soldi?”


È evidente il successo che questa miniserie ha avuto a livello mondiale, si può dire che sia stato un vero e proprio ponte, in grado di unire la realtà occidentale a quella orientale. Attraverso le sue tematiche è stata in grado di avvicinare due tipi di società, che sono sempre state molto distanti tra loro, ma che condividono gli stessi problemi e le stesse differenze.

Se volessimo trovare un fratello cinematografico a questa serie tv, sarebbe di certo il film statunitense del 2010 “The Hunt”, che come “Squid Game”, si ritrova ad affrontare quelle che sono le differenze sociali tra la classe dominante, fatta da uomini super-ricchi, e la classe popolare, fatta da persone povere. Ho voluto fare questo paragone per evidenziare come fattori quali il tempo e lo spazio siano irrilevanti davanti a certe problematiche, si tratta di due opere videoludiche la cui produzione si distanzia di dieci anni e di diverse migliaia di chilometri, eppure le questioni trattate, sono le stesse.


Attraverso i suoi nove episodi, Squid Game, ci mostra tutto ciò che abbiamo sempre avuto sotto il naso ma che ci siamo sempre rifiutati di vedere, la nostra società da davvero più valore al guadagno monetario che alla vita dei cittadini?

Già dal primo episodio ci viene mostrato come le persone siano considerate puramente merci, i giocatori vengono spogliati del loro nome e gli viene affidato un numero, gli vengono date da indossare delle tute l’una uguale all’altra e, nel caso delle guardie, vengono addirittura coperti i visi con delle maschere, è lampante come chiunque all’interno del gioco venga privato della propria identità, e di come il tutto venga fatto senza che i personaggi se ne accorgano, di fatti riveleranno i propri nomi solo nel quarto episodio.


La scenografia ci fa immergere in ambienti dall’aspetto infantile, che con i colori accesi e i disegni sulle pareti, ci rimandano immediatamente ad un immaginario bambinesco ed innocente, ambientazione che prede una piega molto più sinistra ed inquietante con lo scorrere degli episodi.

È innegabile il ruolo fondamentale che hanno avuto la cultura e la tradizione coreana, nella riuscita dell’opera, le si può ritrovare nei giochi scelti, ma anche in alcuni ambienti, come la casa e il quartiere del protagonista. Tutto ciò permette allo spettatore di conoscere gli aspetti di una civiltà lontana dalla propria, e di immergersi pienamente negli episodi senza sentirsi a disagio.


Ogni gioco è specchio della realtà, un mondo dove una semplice scelta, per esempio tra il colore rosso e il colore blu, può definirti come vittima o carnefice, come giocatore o guardia; è forse questa somiglianza con la nostra quotidianità a farci rimanere attaccati allo schermo? O si tratta semplicemente di un prodotto come un altro e non dovremmo farci domande?

C’è chi decide di guardare una serie tv, senza pensarci troppo, facendo zapping tra i canali o chiedendo a qualche conoscente; tuttavia c’è anche chi si informa, ne sceglie una in particolare, la guarda e la assorbe, non facendo altro che chiedersi il perché quella fiction gli è rimasta così impressa; la mia opinione è che “Squid Game” sia una serie tv che va guardata con la consapevolezza che qualcosa ti lascerà, che sia un interrogativo o una risposta, non ha importanza, poiché, ciò che fa veramente è sbatterti in faccia quelli che sono i problemi del capitalismo moderno, e che ci piaccia o no, noi ne facciamo parte.



 



UNORTHODOX


di Giulio Fabbri


Titolo originale: Unorthodox

Ideatore: Anna Winger e Alexa Karolinski

Sceneggiatura: Anna Winger, Alexa Karolinski, Daniel Hendler

Regia: Maria Schrader

Soggetto: Deborah Feldman (autobiografia)

Genere: Drammatico

Episodi: 4

Durata: 53-55 min (puntata)

Anno: 2020

Paese: Germania, Stati Uniti d'America

Attori: Shira Haas (Esther "Esty" Shapiro), Amit Rahav (Yanky Shapiro), Jeff Wilbusch (Moishe Lefkovitch),Alex Reid (Leah Mandelbaum Schwarz), Langston Uibel (Axmed), Tamar Amit-Joseph (Yael Roubeni), Aaron Altaras (Robert), Safinaz Sattar (Dasia), Ronit Asheri (Malka Schwarz), Yousef "Joe" Sweid (Karim Nuri), Eli Rosen (Reb Yossele)

Produttori: Alexa Karolinski,Henning Kamm, Anna Winger, Real Film Berlin, Studio Airlift

Distribuzione: Netflix



Unorthodox: un appassionante viaggio senza fine.

La miniserie disponibile su Netflix dal 26 marzo 2020 è una totale immersione (ed emersione) nella cultura della comunità chassidica di Williamsburg, Brooklyn.

Racconta infatti della scelta della protagonista, Esther Shapiro (Shira Haas), di abbandonare la propria comunità di origine basata su rigide regole di stampo religioso.

La narrazione è basata sulla vera storia di Deborah Feldman fissata su carta da lei stessa nel libro “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” uscito nel 2012.

La serie è quasi interamente in yiddish, lingua di derivazione ebraica parlata dalla comunità ma è stata sottotitolata in numerose lingue. I sottotitoli, tuttavia, non riescono a restituire il significato completo di tutte le parole e per questo al termine della recensione potete trovare qualche informazione su alcune di esse.


Ogni episodio e costituito da un continuo alternarsi tra presente e passato, tra Berlino e New York.

La vita della Esther a Berlino è la parte più romanzata della serie mentre i ricordi degli anni a New York rispettano l’autobiografia. La forza centrifuga che spinge Esther lontano da Williamsburg è contrastata da una forza opposta incarnata in Yanky Shapiro (Amit Rahav) marito di Esther e in Moishe Lefkovitch (Jeff Wilbusch), cugino dell’uomo, che partono dagli Stati Uniti per riportarla a casa.

Alexa Karolinski, ideatrice e produttrice della serie la definisce come “la storia di una giovane donna che va in cerca di sé stessa e della sua comunità nel mondo.”


Shira Haas riesce ad esprimere al meglio le sensazioni della protagonista che raggiunge una città totalmente diversa da Williamsburg e che prova ogni giorno ad integrarsi. Superare lo shock culturale non è semplice ma Esther non è sola: viene accolta da un gruppo di studenti del conservatorio che, dopo qualche incomprensione, le offrono un ambiente amichevole in cui vivere in attesa di ricucire i rapporti con la madre (Alex Reid), fuggita a sua volta a Berlino poco dopo la sua nascita.

Shira Haas grazie a questa interpretazione si è guadagnata il premio come miglior attrice in una serie tv al Spirit Awards.

Amit Rahav ha vinto il premio parallelo grazie alla sua interpretazione di Yanky Shapiro, marito di Esther, che osserva le regole della comunità ma che sembra disposto ad un cambiamento.

Storia molto interessante è quella di Jeff Wilbusch che copre il ruolo di Moishe, scappato e poi ritornato nella comunità. La sorprendente coincidenza è che l’attore tedesco è davvero proveniente da una comunità chassidica (quella di Mea Shearim) e perciò ha contribuito alla riproduzione fedele delle usanze della comunità insieme a Eli Rose (Reb Yossele), che è stato attore, traduttore e coach per lo yiddish e principale consulente per gli aspetti culturali.


Una delle cose che appare più strana per noi surfisti del web è la totale incapacità dei membri della comunità di usare internet; i due coniugi si relazionano con questo mondo immateriale in modo goffo ma stimolando negli spettatori riflessioni significative sul rapporto tra realtà e falsità dei risultati delle ricerche.


Internet non è il solo elemento di novità per i protagonisti: tutta la città ne è cosparsa. Le inquadrature, sempre piuttosto ampie, vogliono proprio mostrare il soggetto in relazione all’ambiente in cui sta vivendo. Berlino e New York sono rappresentate in modo molto diverso: nella Grande Mela i colori dominanti sono nero, bianco, beige e blu scuro mentre la capitale tedesca è decisamente più colorata e movimentata.

Per ogni città c’è anche un diverso uso della musica che viene suonata a Berlino e che funziona solamente da colonna sonora New York.

La musica costituisce inoltre la grande passione della protagonista che dimostra di avere talento e che decide di sostenere un’audizione ricca di colpi di scena per essere ammessa al conservatorio.


Il mio giudizio generale sulla serie è sicuramente positivo per l’intensità delle emozioni che veicola e per una fotografia davvero ben realizzata. L’unica pecca che ho trovato è un finale poco soddisfacente che lascia qualcosa di non detto; è per questo che ho parlato di un viaggio senza fine.

Tuttavia è una serie assolutamente da vedere senza temere la distanza culturale dai soggetti perché, come dice la stessa Deborah Feldman, si utilizza una lingua che nessuno capisce, si vedono tradizioni e rituali che nessuno capisce, ma l’essenza degli eventi ha un valore universale.


Come promesso ecco la spiegazione di tre parole ricorrenti nella serie:


Shabbat: È la più importante delle ricorrenze del calendario ebraico e si sussegue di settimana in settimana il settimo giorno. In questa giornata tutti hanno diritto al riposo. Durante lo Shabbat è concesso far visita ai parenti purché si possano raggiungere a piedi. In questa giornata è usanza indossare lo shtreimel, un cappello di pelo piuttosto ingombrante. È per questo motivo che Yanky porta in Germania il suo shtreimel: ha paura di essere ancora a Berlino nel giorno di Shabbat.


Eruv: È una recinzione rituale che può essere costruita intorno ad un quartiere ebraico. Può essere fatta da un semplice filo e serve ad ampliare ciò che viene considerato come dominio privato. Questo è necessario poiché la legge ebraica proibisce il trasporto di un oggetto da un dominio privato interno (abitazione, casa, ecc.) ad una strada pubblica (dominio pubblico) durante lo Shabbat.

Nel primo episodio della serie l’eruv è stato danneggiato da un palo della luce crollato ed è per questa ragione che Esther non può portare con sé nulla nel momento della fuga che avviene proprio durante lo Shabbat.


Mikvah: (O Mikveh) è un bagno rituale purificatorio necessario prima di compiere certe funzioni legate alla religione ebraica. Ha la stessa importanza della sinagoga e della scuola ebraica. Nel primo episodio Esther va al Mikvah prima di sposarsi. Nel secondo episodio la protagonista fa il bagno in un lago a Berlino. Le due scene sono girate in modo simile e questo sembra suggerire che con il bagno nel lago la protagonista si stia predisponendo alla nuova e differente vita così come stava facendo prima del matrimonio.



 


UNORTHODOX


di Lucia Palumbo



Una storia di emancipazione femminile, conquistata con coraggio e voglia di inseguire i propri sogni, allontanandosi da una comunità fortemente religiosa.

Questa è la storia di Unorthodox , miniserie creata da Anna Winger e Alexa Karolinski e composta da 4 episodi , ispirata dall’autobiografia di Deborah Feldman: “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche”. Partendo dalla storia di Deborah, le due creatrici riproducono la comunità ultraortodossa di Williamsburg, un quartiere a Brooklyn, in tutte le sue tradizioni (dalla cucina alla preghiera), i suoi riti e le sue regole rigidissime. La comunità Satmar, (formata dai sopravvissuti dell’Olocausto e nata poco dopo la strage) infatti segue in maniera estremamente rigida gli insegnamenti presenti nei testi sacri, e parla solo la propria lingua, lo yiddish, che vedremo fedelmente riprodotto nei dialoghi di tutti gli episodi. Le regole limitano il comportamento sia degli uomini che delle donne, ma privando queste ultime di molte più cose, come studiare, leggere la Torah e cantare in pubblico. Una volta combinato il matrimonio da giovanissime e poi sposate, anche i capelli lunghi sono un qualcosa di proibito, e il loro unico obiettivo deve essere la procreazione immediata: fare figli per risanare la popolazione dalle perdite dell’olocausto.


La storia di Deborah viene adattata alle condizioni della vita moderna, solo i flashback che ci mostrano la sua vita nella comunità si basano sul libro, il resto è inventato. La storia viene interpretata da un impeccabile Shira Haas nei panni di Etsy, una ragazza di diciannove anni, cresciuta all’interno della comunità e già sposata con un ragazzo giovane come lei, Yanky (Amit Rahav). Decide di fuggire a Berlino, dopo un anno di matrimonio infelice che la rende ansiosa e pieno di pressioni dalla suocera legate al fallimento di un concepimento ritenuto essenziale per “avere un ruolo all’interno del matrimonio”.


Il cast di attori poco conosciuti non toglie alla serie il successo che si è meritata, se è vero che i grandi nomi sono spesso una garanzia, Unorthodox scopre nuovi volti che sembrano nati per il loro ruolo, come Amit Rahav perfetto in ogni scena, che interpreta l’ingenuo e innocente Yanky, ligio alla propria comunità. Jeff Wilbusch, nei panni Moishe, è perfetto per il ruolo perché ultraortodosso nella realtà, appartenente a quel mondo. Moishe è il cugino di Yanky incaricato dal Rabbino di aiutarlo a ritrovare Etsy, un personaggio problematico e sicuro di sé che sa di poter trovare la moglie del disperato cugino e di riportarla a casa.


Scegliere vuol dire essere liberi: quanto diamo per scontato questa possibilità?


Etsy ama suonare il piano, la musica è la sua grande passione, prende lezioni a casa dell’inquilina dell’appartamento del nonno, ma si troverà costretta ad abbandonare le lezioni per concentrarsi sul matrimonio. Una volta arrivata a Berlino, trova rifugio proprio in un conservatorio e la sua passione per la musica è tutto ciò che ha prima di incontrare i suoi nuovi amici, che le fanno conoscere un nuovo mondo, dove si è liberi di scegliere cosa fare, come vestirsi, chi amare. Spesso non ci pensiamo alla fortuna che abbiamo nel poter vivere come vogliamo, scegliendo chi essere, esprimendo noi stessi e facendo sentire la nostra voce. La possibilità di cercare la propria felicità inseguendo i nostri sogni è un privilegio che non tutti hanno.


La protagonista è una rivelazione, un personaggio che esce fuori dagli schemi rigidi e si ribella ad un destino e una vita già scritta trovando il coraggio in se stessa. Seppur una società libera la nostra, ovvio è che ci caratterizza fin da piccoli, e molto di quello che ci viene insegnato può delimitare le nostre aspirazioni: ad esempio pensiamo ai bambini a cui viene data la macchinina rigorosamente blu, e alle bambine le bambole e il passeggino rosa o che ai bambini viene proposto il calcio e alle bambine la danza. Non è forse anche questo una sorta di limitazione? La nostra società tende a standardizzare le aspirazioni dell’uomo e della donna e ad omologare gli individui, rendendo difficile trovare una propria e vera identità.


“…non solo essa plasma i singoli individui: quasi tutto quello che si trova nelle coscienze individuali proviene dalla società, la quale fornisce alle persone una identità e una tradizione.” Durkheim


La miniserie, seppur ambientata nell’attuale moderna Berlino, ha tutte le caratteristiche di un film d’epoca per via dei costumi della comunità chassidica, ricreati minuziosamente dalla costumista Justine Seymour, che sa raccontare l’emancipazione della giovane Etsy attraverso il suo corpo: come per Deborah era stato un processo lento e graduale riuscire a vestirsi con t-shirt che mostravano le braccia e gran parte della propria pelle, anche la protagonista impiega del tempo per passare da un vestiario Satmar ad uno più occidentale. Un altro aspetto della serie da citare sono le luci naturali e leggermente cupe utilizzate dal fotografo Wolfgang in tutte le scene del passato di Etsy, donano alla storia credibilità ed intensità.


Per la sua forte verità nel raccontare nel dettaglio una comunità ai margini, ma soprattutto per trasmettere l’importanza di essere liberi e felici, di rischiare tutto per trovare se stessi, Unorthodox è un invito ad inseguire i propri sogni e a trovare la propria identità e per il poco tempo che richiede per essere vista, merita quelle quattro ore della vostra giornata.


“A volte devi essere responsabile della tua felicità”

“Non credi sia un po’ da egoisti?”

“Non so cosa dirti. Sono felice per la prima volta nella mia vita e non intendo sentirmi in colpa. Ci vuole molto tempo per rendersi conto di quanto si è infelici e molto di più per capire che non deve essere così" BoJackHorseman.


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