• Redazione TheMeltinPop

FuoriSerie. "L'ALTRA GRACE" vs "L'UOMO DELLE CASTAGNE"




Torna FuoriSerie, il nuovo spazio dedicato alle serie tv. Si tratta di una rubrica nata da un progetto di collaborazione che unisce The Meltin Pop agli studenti del primo anno del Corso di Creative Writing della facoltà di Scienze della Comunicazione UNIGE di Sara Rattaro. Gli studenti sono chiamati a recensire una serie TV scelta tra un ventaglio di proposte di grande successo appartenenti ad un genere specifico. Due tra le recensioni giudicate di volta in volta più originali e accattivanti tra quelle giunte in redazione verranno pubblicate. Questa settimana vi proponiamo uno dei generi più amati e sicuramente più seguiti, il THRILLER/CRIME. Arianna Monticone e Caterina Patrone ci raccontano delle inquietanti vicende della giovane Grace Marks in L'ALTRA GRACE, mentre Cristina Castagnola ci conduce nelle atmosfere fredde e brumose de L'UOMO DELLE CASTAGNE.



 


Alias Grace: Il suono di una singola voce che cambia il coro


di Arianna Monticone


Titolo: Alias Grace (L’altra Grace)

Genere: Thriller psicologico, Crime

Paese: Canada

Anno: 2017

Puntate: 6

Durata: 270 minuti

Produttori: D. J. Carson, Sarah Polley, Noreen Halpern

Regia: Mary Harron

Attori: Sarah Gadon (Grace Marks), Edward Holcroft (Dr. Simon Jordan), Zachary Levi (Jeremiah), Paul Gross (Thomas Kinnear), Anna Paquin (Nancy Montgomery), Kerr Logan (James McDermott), Michael Therriault (Sig. McDonald), Rebecca Liddiard (Mary Whitney), Stephen Joffe (Jamie Walsh)

Distributore: Netflix


"Se quello che ricordi parla di te, quello che dimentichi?"


Alias Grace è una miniserie tratta dal romanzo omonimo di Margaret Atwood, ispirato a una storia vera.


In soli 6 episodi, dalla durata di 45 minuti, la serie anatomizza la storia di Grace Marks, una giovane ragazza irlandese di metà Ottocento costretta a immigrare in Canada e lavorare per mantenere la sua fragile famiglia.

Conosciamo subito una Grace accusata per duplice omicidio; nonostante il suo complice sia condannato a morte, poiché ritenuto esecutore del fatto, a lei spetta l’incarcerazione perché non si può determinare con certezza il suo ruolo nell’assassinio.

Grace, infatti, si proclama continuamente innocente ma, in realtà, sembra non ricordare nulla di quel giorno.


Entra così in gioco un personaggio, un dottore meticoloso, incaricato di farle ripercorrere il suo passato in cerca di una confessione definitiva. Attorno al personaggio della ragazza si crea una curiosità insistente, quasi morbosa, incredula, perché la società dell’epoca vittoriana canadese è una società misogina, convinta che la donna sia un oggetto, un animale con l’unico compito di appagare l’uomo.

La protagonista sconvolge questa immagine, la scompone col suo essere una donna, una domestica, un’amica, un’assassina, un’immigrata, un cuore colmo di sentimenti e ricordi soppressi.


“Di me dicono tante cose. Che ho un brutto carattere, che sono una brava ragazza, che sono scaltra, che sono un po’ ottusa, che sembro al di sopra della mia posizione sociale. Mi domando: come posso essere tante cose diverse tutte insieme?” (Episodio 1)

Il dialogo ipnotizzante tra Grace e il dottore diventa un dialogo tra noi spettatori e questa curiosa e ambivalente personalità della protagonista. Durante il racconto della sua vita sembra essere completamente distaccata in determinati momenti e pienamente immersa (forse troppo) in altri; questo è il paradosso agghiacciante e fondante di tutta la storia.

Il brivido di qualche bugia, “giustificata se detta per quieto vivere” (come dice la stessa protagonista), la femminilità e l’ottima interpretazione di Sarah Gadon ci incollano allo schermo.

La cura dei dettagli è straordinaria, la contestualizzazione storica azzeccata, i colori delle scene sono luminosi e adatti, la colonna sonora è piacevole.


Ma qual è la conclusione?

Nessuna, non scopriremo la verità, o le verità, e credo sia giusto così; il tono della voce e lo sguardo di Grace sono destabilizzanti, camaleontici, passano dall’essere impauriti all’essere schietti e malvagi.

Per questo, dopo aver divorato i sei episodi, amareggiati continuerete a cercare una risposta, una sentenza finale che possa legare tutto insieme in modo coerente ed empatico, ma vi assicuro che sarà impossibile!

Sembrerà assurdo ma Alias Grace lascia un senso di appagamento non da poco; racconta di un passato estremamente presente, il che rende la serie una grande chicca!


Durante gli incontri con il dottore, Grace cuce delle stoffe per inserirle in una trapunta che parla della sua vita di abusi, difficoltà, conoscenze, esperienze; ogni pezzo simboleggia una sfaccettatura del suo vissuto, e speriamo di poter vedere questa trapunta completata fino alla fine.

Se provassimo noi stessi a costruire una trapunta con i tessuti della nostra vita, che possa parlare di noi e per noi? Racconterebbe di quell’amico d’infanzia che ormai non vediamo più da quando le strade si sono divise, o di quel caro che abbiamo perso e, attraverso ad essa, potremmo ricordare in modo minuzioso come fa la protagonista quei dettagli quali la voce, il profumo, inevitabilmente ciò che ci hanno lasciato.


Grace, prima di essere colpevole o meno, è una persona, una vittima della società ma anche di sé stessa.

Indubbiamente la società ottocentesca ha segnato la giovane Grace, con l’unica colpa di essere donna, cosa che sarà cruciale per la sua condanna.

Ma trovo impressionante il parallelismo con la nostra società che, a distanza di quasi due secoli, “condanna” ancora le persone obbligandole a conformarsi, a farsi carico di tante maschere per schivare insulti, battute, violenze.

Non avere il diritto di vestirsi come si preferisce, non avere la libertà di esprimere il proprio pensiero, il proprio orientamento sessuale, che un uomo non debba farsi vedere debole e che una donna non possa aspirare allo stesso stipendio di quest’ultimo: tutte queste non sono condanne?


Credo che Alias Grace voglia incoraggiare a non scoraggiarsi, non si può piacere a tutti, siamo chi decidiamo consapevolmente di essere, assecondare gli altri non è la soluzione perché a fine giornata i conti si fanno con sé stessi e, abituati a nasconderci dietro le tante personalità, una volta soli, non saremmo nessuno se non i nostri ricordi.


“…e quello che gli altri pensano di te è problema loro” (Charlie Chaplin)



 


L'altra Grace


di Caterina Patrone


Regista: Mary Harron

Genere: Thriller

Paese: Canada

Anno: 2017

Episodi: 6

Durata: 45 minuti

Attori: Sarah Gadon, Edward Holcroft, Zachary Levi, Paul Gross, Anna Paquin, Kerr Logan, Michael Therriault, Rebecca Liddiard.

Produzione: CBC Television

Distribuzione: Netflix



“Non c’è bisogno di essere una stanza per sentirsi infestati dai fantasmi,non c’è bisogno di essere una casa. La mente ha corridoi molto più vasti di uno spazio materiale. Ed è molto più sicuro un incontro a mezzanotte con un fantasma esterno piuttosto che incontrare disarmati il proprio io in un posto desolato.”


Con questa inquietante poesia di Emily Dickinson si apre la miniserie canadese “L’altra Grace”,disponibile sulla piattaforma di Netflix.

Tratta dal romanzo di Margaret Atwood, ispirata ad un fatto realmente accaduto, ovvero i brutali omicidi di Sir Thomas Kinnear e della sua governante Nancy Montgomery, avvenuti nelle campagne di Toronto a fine Ottocento. Dell’efferato delitto vennero accusati i due dipendenti James McDermott, stalliere della tenuta e la giovanissima, imperscrutabile domestica, Grace Marks. McDermott fu impiccato perché giudicato esecutore materiale dei delitti, mentre la sedicenne Grace fu inizialmente condannata a morte, ma poi la pena fu commutata nel carcere a vita. L’opinione pubblica canadese fu unita nella condanna dello stalliere, ma si divise relativamente alla figura controversa ed enigmatica di Grace.


Come afferma la protagonista, interpretata da Sarah Gadon, all’inizio della prima puntata:


“Penso a tutto quello che è stato scritto su di me. Che sono un demonio disumano, che sono la vittima innocente di un farabutto e ho agito contro la mia volontà sotto minaccia di morte. Che ero troppo ignorante per capire cosa stavo facendo e che impiccarmi sarebbe un crimine giudiziario. Che sono vestita bene e con decoro perché ho derubato una donna morta. Che ho un brutto carattere e un temperamento litigioso. Che sembro una persona al di sopra della mia posizione sociale. Che sono una brava ragazza di indole docile e con una buona reputazione. Che sono astuta e scaltra. Che sono un po' ottusa e poco o meno che idiota e mi domando- ‘come posso essere tante cose diverse tutte insieme?’”

Ma chi è veramente Grace? Una vittima dal tragico passato o una cinica e crudele assassina? Un’amnesia imprigiona i suoi ricordi del momento degli omicidi. Per comprendere la vera indole della misteriosa ragazza, soprannominata “Nostra signora dei silenzi” dal suo stesso avvocato, viene chiamato il dottor Simon Jordan (Edward Holcroft). Questo medico che non si occupa del corpo, ma della mente, convinto di poter decifrare la verità sul caso e insieme contribuire al progresso della scienza, comincia una serie di colloqui che guideranno lo spettatore in un viaggio nel passato e nella mente di Grace per arrivare a comprendere la verità. Ma qual è la verità? La regista Mary Harron utilizza il racconto della giovane per offrire uno spaccato della società canadese di fine Ottocento. Denuncia in modo crudo e diretto la violenza e la crudeltà nel trattamento delle persone affette da disturbi mentali. Con brevi ma incisivi passaggi dipinge la brutalità dei manicomi e dei penitenziari, luoghi di inaudite torture fisiche e morali.

La regista descrive inoltre le condizioni della servitù, vittime dei capricci e della prepotenza dei loro padroni,in particolar modo quella delle donne costrette a subire abusi e violenze in silenzio. In questa società le donne non possono parlare, esprimere le proprie emozioni, i pensieri ed i desideri profondi. Lo ha compreso molto bene la protagonista, che afferma:“Devi stare attenta a non dire quel che desideri, e neanche a non desiderare niente, perché potresti essere punita”.

Grace parla anche delle terribili esperienze vissute come migrante irlandese durante il difficoltoso viaggio verso il Canada, costretta a dormire in una minuscola cuccetta da condividere con altri nella stiva, esposta al freddo, alla sporcizia, alle tempeste e alle malattie.


Quello che rende "L’Altra Grace" particolare è l’atmosfera che si crea, una sensazione di suspense che rimane con lo spettatore fino all’ultimo.

Sotto la brillante direzione di Mary Harron, regista famosa per il film American Psycho, della sceneggiatrice Sarah Polley e della stessa Atwood, un semplice scambio di sguardi tra i personaggi risulta sinistro e ambiguo.

Attraverso i sogni e i piccoli eventi quotidiani, riescono a introdurci nella mente della protagonista, piena di pensieri lugubri e inquietanti, ma che non sembrano mai sfatare i nostri dubbi. Qual è la vera natura di Grace?

Starà allo spettatore decidere se possa essere giudicata vittima o carnefice al termine degli episodi che inchioderanno lo spettatore allo schermo.


“Caro Reverendo Verringe, l’esperienza di aver assistito a quello che abbiamo visto nel salone del Direttore, ha sollevato molte questioni riguardo l’ipnotismo e il mesmerismo. Mi domando se possano offrire un’opportunità alle donne di dire cosa pensano… e di esprimere i loro veri sentimenti e sentirsi più audaci e, in termini più volgari, di sentirsi libere.
Mi chiedo dell’infanzia violenta di Grace e della sua esperienza come giovane donna, costantemente abusata, molestata in tutti i modi. Mi chiedo quanta rabbia repressa abbia dentro di lei, come risultato di tutto ciò. La domanda è… Questa rabbia è stata diretta contro Nancy Montgomery e Thomas Kinnear, sfociando nel loro omicidio?”
(Dottor Simon Jordan, episodio 6)


 


L'uomo delle castagne


di Cristina Castagnola


Regista: Mikkel Serup

Genere: Giallo, crime

Anno: 2021

Ideatore: Dorte Warnøe Høgh, David Sandreuter, Mikkel Serup

Attori: Danica Curcic, Mikkel Boe Følsgaard, Iben Amelieh Emine Dorner, David Dencik, Esben Dalgaard Andersen

Paese: Danimarca

Durata: 50-60 minuti

Episodi: 6

Distribuzione: Netflix


In un mondo dove tutto e tutti sono a portata di mano e chiunque è prevedibile, sentiamo la necessità di far immergere il cervello in racconti che ci devono sorprendere.

Gli scrittori dei thriller lavorano intorno a questo desiderio. Gli scrittori dei thriller nordici poi hanno una marcia in più: i paesaggi e il freddo che riescono ad attraversare lo schermo, diventano l’apoteosi dell’ansia. Basta scurire le tonalità della luce, aggiungere colori autunnali e due detective invischiati in un macabro caso, ed ecco che metà del lavoro della suspense è fatto.


L’uomo delle castagne(“The Chestnut Man” in inglese, “Kastanjemanden” in lingua originale), oltre ad essere il titolo della serie targata Netflix Danimarca, è nientemeno che il nome con cui è conosciuto l’assassino del romanzo d’esordio del danese Søren Sveistrup, pubblicato nel 2018.

Sveistrup nasce sceneggiatore (ricordiamo altri due thriller: “The Killing”,2007-2012,Patty Jenkins, e “L’uomo di neve”, 2017, Tomas Alfredson) e decide di affidare la sua creatura alla regia di Mikkel Serup, della quale realizza una stagione (uscita nel settembre 2021) da 6 puntate di circa 60 minuti l’una. Scalando le classifiche, diventa uno dei “Top 10” della piattaforma streaming. Ma perché proprio “L’uomo delle castagne”? Qualche fotogramma prima di trovare la vittima, il regista focalizza l’attenzione proprio su questi pupazzetti realizzati dai bambini. Trasforma il gioco in una specie di presagio di morte (un novello Marchio Nero di Harry Potter).


L’incipit della storia è praticamente identico alle prime pagine: dall’Isola di Møn, dove avviene l’omicidio scatenante, ci trasportano in una Copenhagen dei giorni nostri, dove i due detective Naia Thulin (Danica Curcic) e Mark Hess (Mikkel Boe Følsgaard) si trovano alle prese con un “curioso avvenimento” che cambierà completamente la loro visione della vita. I due non sembrano trovare immediatamente una connessione (Mark è un agente dell’Europol spedito in Danimarca per ragioni disciplinari), ma lungo il percorso sarà proprio il caso a farli avvicinare. Come lo spettatore, l’uomo si lega sempre più alla vicenda. Atteggiamento che non sorprende viste le tematiche durissime e importantissime che vengono trattate, quali violenze e abusi sui bambini.


Il thriller nordico si è diffuso negli ultimi anni e vede fondersi la società contemporanea con un’indagine dell’animo umano, grandi eventi che si intersecano a fatti quotidiani, sebbene sia libro che serie si soffermino molto di più sull’azione che sull’introspezione dei personaggi (caratteristica di questo genere). Riescono comunque ad emergere dalle conversazioni con gli altri: sia Naia che Mark che la ministra degli affari sociali Rosa Hartung (Iben Dorner), i nostri tre protagonisti, hanno un passato tumultuoso e difficile da digerire. Tuttavia, il focus è completamente sul killer e sulle sue motivazioni; un thriller psicologico costruito per spingere chi lo guarda a interrogarsi su quanto sia folle o meno ciò che la “vittima primordiale” (l’assassino) fa ai suoi “effetti collaterali” (le persone assassinate). Angoscia e rabbia si fondono e pulsano nella mente. Nonostante ciò, non sono riuscita ad empatizzare totalmente.


Si punta tutto sulla veridicità del racconto, che si palesa sia nei paesaggi scandinavi che nei personaggi, con un finale all’apparenza auto-conclusivo ma che, a mio avviso, Netflix potrebbe sfruttare per un’eventuale seconda stagione (se richiesta dal pubblico).

C’è solo un elemento che viene messo in disparte, ma del quale non si percepisce l’assenza: la evergreen storia d’amore. Rientra perfettamente nella personalità dei due poliziotti (mostrando solo un leggero avvicinamento proprio nella scena conclusiva) e ci sentiamo talmente coinvolti nel caso. Probabilmente, sarebbe risultata stonata in mezzo a tutto il dramma.


Tensione e attenzione rimangono alte lungo l’intera serie; la camera ricorda una terza persona che spia il caso da fuori. Il punto di vista si sposta da Rosa Hartung e la storia di sua figlia Kristine, scomparsa un anno prima, ai due detective mentre cercano di sbrogliare il bandolo della matassa.

I genitori hanno maniere molto diverse di vivere il presunto assassinio della bambina: Rosa sembra forte e pronta a ricominciare a lavorare, ma in realtà sta solo reprimendo il dolore. Steen Hartung (Esben Dalgaard Andersen) comincia a bere e appena vede un barlume di speranza, ci si tuffa dentro. Sono entrambe soluzioni plausibili e permettono di empatizzare con una o l’altra parte.

Come se non bastassero i temi che vengono analizzati, purtroppo sempre attuali e coinvolgenti, proprio nell’ultimo episodio abbiamo un chiarissimo riferimento alla vicenda di George Floyd e alla causa dei “Black Lives Matter”, movimento attivista generato dalla comunità afroamericana.

L’uomo delle castagne” si fa portavoce di molteplici drammi sociali e li sbatte in faccia ai suoi spettatori non solo per far passare il tempo, ma perché è bene mettere in chiaro che sono realtà presenti nel nostro quotidiano. Carte in tavola, a noi la prossima mossa.


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