• Redazione TheMeltinPop

HEMINGWAY E LA PISCINA.

L'AMICO AMERICANO.

STORIE D'OLTREOCEANO


di Emanuele Pettener



A Key West, al numero 907 di Whiteheads street (che in realtà è l’inizio della US 1 e arriva fino in Maine, al confine col Canada, dopo 2370 miglia) non possiamo esimerci dal rendere omaggio a Mr. Hemingway, visitando la sua bellissima casa in stile Colonial Spanish, bianca dalle imposte color cedro, due piani, ovviamente immersa in una geometria di palme e fiori dai colori passionali, l’arancio liquoroso della lantana, il rosso sensuale del ginger, gli splendidi bleeding hearts, cuori sanguinanti, ed ancora popolata dai gatti (56 al momento in cui scrivo, secondo il sito ufficiale), fra cui quelli a sei dita discendenti da Snow White, la preferita di Earnest.



Photo by Emanuele Pettener

Ora, Key West è città di fantasmi (ci sono pure tour a riguardo) ma sembra che il fantasma di Hemingway se ne stia in Idaho, dove una mattina di luglio del ‘61 lo scrittore s’accoppò macabramente con un colpo di fucile in bocca. Tuttavia, dubito non si faccia mai un giretto da queste parti. La casa fu costruita a metà Ottocento con roccia calcarea scavata dal sottosuolo, ove sarebbe sorta la casa stessa, e intagliata a mano dai quattordici schiavi dell’architetto Asa Tift. C’è poco da fare, è attraente e vale il prezzo del biglietto, per altro assolutamente ragionevole, anche perché le guide sembrano compagni di bisboccia di Earnest e sono incantevoli storyteller: attraverso le varie stanze ti conducono nello studio dove ancora fa bella presenza di sé la nera e magneticamente lucida Royal, la macchina da scrivere con la quale scrisse, negli anni in cui si trattenne a Key West – dal ’31 al ’39 – Per chi suona la campana, Verdi colline d’Africa, Avere e non avere, e altri. Tra le varie storie e leggende che le guide raccontano, camminando fra le stanze (così fortemente pregne di sapori ispanico/moreschi) la mia preferita è quella relativa al penny incastonato nel cemento vicino alla piscina. Ho provato a immaginare, in versione italiana, la conversazione fra Earnest e sua moglie Paulina all’epoca dei fatti.


Photo by Emanuele Pettener

Hemingway se ne stava in cucina al lavabo a pulire il pesce che aveva pescato nel pomeriggio col suo amico Joe, proprietario dello Sloppy’s Joe, patria di grandi bevute notturne. Era piuttosto soddisfatto: come ogni giorno, aveva scritto dall’alba a mezzogiorno, aveva pescato tutto il pomeriggio scorticandosi di sole come piaceva a lui, si preparava a bere tutta la sera. La vita non era male. E gli piaceva curare il pesce. Era tutto preso dai suoi pensieri soddisfatti quando Pauline, la sua seconda moglie, gli si fece accanto sibilando:


“Ernie”.
“Mmmmh”.
“M’è venuta un’idea pazzesca per il tuo regalo di compleanno!”
“Il mio compleanno è fra otto mesi”.
“Una piscina!”
“Eh? AH!” Uno schizzo di sangue di Seabass gli si sparò in un occhio.
“Una piscina! La facciamo scavare nel corallo e la illuminiamo da sotto così che sembrerà di nuotare nel fuoco verde!”
“Ma ci costerà un fottio. Un regalo un po’meno caro no?” Earnest si stropicciava l’occhio col polso.
“Per esempio?” Chiese con voce fredda Pauline.
“Ma che ne so. Una scatola di bonbon?”
“Ma per piacere”.
“Un portafotografie placcato oro?”
“Maddai!”
“Ho trovato: una cravatta!”
“Ma smettila!”
“Con gli elefantini colorati!”


GPA Photo Archive

Niente. Pauline l’ebbe vinta. Malgrado Atlantico e Golfo del Messico disponibili a un passo, malgrado gli operai dovettero scavare a mano (Key West è fondamentalmente un grosso pezzo di corallo) per oltre dieci piedi, malgrado La Grande Depressione suggerisse altrimenti. Infatti il costo finale fu di ventimila dollari. Hemingway guardava la fine dei lavori desolato: avrebbe davvero preferito la cravatta. Estrasse un penny di tasca e si rivolse acidamente a Pauline: “tieni, prenditi il mio ultimo penny!” Poi, teatralmente, lo pigiò nel cemento ancora fresco vicino al bordo della piscina, dove si può ancora vedere. Pauline ed Earnest divorziarono due anni dopo.



Photo by zopalic from Pixabay

La storia me la raccontò la guida, un vecchio cubano bruciato dal sole e sornione, la prima volta che visitai la casa, e me la bevvi. Se la bevono quasi tutti, ma evidentemente qualche storico, accorso in difesa di Pauline, ha ristabilito la verità: ora il sito web della casa museo confessa che la piscina la volle proprio lui, Hemingway, la povera Pauline non c’entrava nulla, semplicemente seguì i lavori mentre il marito faceva il corrispondente durante la guerra civile spagnola.


La piscina, colma d’acqua salata, era (ed è) larga oltre sette metri, lunga più di diciotto, profonda un metro e mezzo nel lato nord e tre metri abbondanti in quello sud, e venne costruita laddove prima c’era un ring per i combattimenti del pugile dilettante Earnest. Al tempo unica piscina nel raggio di cento miglia, era circondata da una stupenda cornice di palme e gardenie profumate, e potentemente illuminata dal fondale. Mandò in sollucchero la poetessa Elizabeth Bishop: l’analogia con il fuoco verde, che nel mio dialogo immaginario ho messo in bocca alla sua amica Pauline, appartiene in realtà a lei, che descrisse entusiasticamente la piscina in una lettera a Robert Lowell, osservando come i nuotatori sembrassero “rane luminose”.




Emanuele Pettener, nato a Mestre, insegna Lingua e Letteratura italiana alla Florida Atlantic University (Boca Raton, Florida), dove nel 2004 ha conseguito un Ph.D in Comparative Studies. Ha scritto numerosi articoli e racconti apparsi su riviste statunitensi e italiane. È autore dei romanzi È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo (Corbo, 2009), Proust per bagnanti (Meligrana, 2013), Arancio (Meligrana, 2014), e Floridiana (Arkadia, 2021). Ha pubblicato il saggio Nel nome del padre del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante (Cesati, 2010) e, in inglese, la raccolta di brevi racconti A Season in Florida (Bordighera Press, 2014, traduzione di Thomas de Angelis).


Per seguire L'AMICO AMERICANO. STORIE D?OLTREOCEANO:


5 MARZO 2019


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