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Erano le ombre degli eroi: per una nuova epica





“Noi non siamo più gli eroi
Siamo le ombre degli eroi”

Dove volge lo sguardo del poeta quando i tempi si fanno oscuri? Dove s’infigge la lama della sua parola perché il male spurghi e si riveli davvero agli occhi?


Dalla notte ancestrale dell'umanità, la nostra fragile costruzione sociale poggia sulle spalle del mito; da lì abbiamo sempre legittimato leggi, istituzioni, potere; da lì abbiamo tratto risposte e giustificazioni, ispirazione ed esempio. Perché, se è all'essenza degli Dei che si ispira il mito, esso resta pur sempre una narrazione degli uomini. Ed è lì – forse al cuore dell’inganno? - che ci porta il canto profondo, intriso di lutto, delusione e malinconia, di Donatella Bisutti nel suo ultimo lavoro poetico “Erano le ombre degli eroi” (Passigli, 2023). Bisutti ci riporta e ci rapporta alla grandezza tragica del mito per mostrarci il nostro vero volto, le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre miserie.


C'è un lavoro incredibilmente approfondito, intriso di impegno e passione, dietro a questi versi percorsi da un'elettricità tumultuosa, legati tra di loro da un filo continuo, ma che anche letti singolarmente brillano di una luce potente. Immagini vivide, che entrano nell'anima, scuotono, lacerano (in appendice, un utile apparato di note aiuta a districarsi tra la ricchezza delle citazioni all'antichità e i riferimenti ai fatti della nostra storia più recente).


Il registro dell'opera è quello della tragedia classica, con la presenza di coro e corifeo. Un poema diviso in sette parti e cinquantadue atti, in cui la poetessa racchiude la parabola di un’umanità impastata di esaltazione e sconfitta, diffidente e degradata, che consuma i suoi giorni dominata da una sensualità nefasta ed egoista, sotto lo sguardo distante di una schiera di divinità che l'ha abbandonata al suo destino.


Ritroviamo, nelle pagine e tra i versi, il profilo di Tebe, di Cadmo che la fondò, della sua progenie malata – Laio, Giocasta, Edipo, Tiresia - e avvinto, specchiato alla sua parabola di dannazione, il nostro mondo di oggi. Un tessuto poetico in cui mito e cronaca s’intrecciano fino a confondersi, fino a tingersi dello stesso nero umore. La Tebe di ieri e quella di oggi si sovrappongono.


È un dialogo profondo tra passato e presente, tra una mitologia eroica che racchiude già in sé tutti i semi della nostra mostruosità e un’attualità che vede questi semi esplosi, deflagrati in mille schegge a lordare ogni cosa visibile sull’orizzonte terreno. Ma se gli eroi di allora erano guasti, erano pur sempre eroi, discendenti del divino, mentre noi non ne siamo che la sbiadita ombra.


Hendrick Goltzius, Cadmo uccide il drago, da Wikipedia

Europa, figlia di quella mitica, supposta supremazia occidentale, si è perduta, ha perduto la sua identità e si dibatte senza fiato come un pesce sugli scogli:


“Europa ridotta in povertà

misera affamata

lei che comandava un tempo uno stuolo di ancelle […]

Europa ridotta una pezzente scalza

e monelli laceri come lei

la inseguono a sassate

non ha riparo

non sa più dove siano le sue radici regali […]” Atto IV – Europa abbandonata


“No, lei non ha mai voluto essere madre

Di quella progenie nefasta

Sogna di avere abortito – di essere sterile […]” Atto VI – Il Sogno di Europa


Europa, da Wikipedia.

Quella stessa Europa abbandonata al suo destino dal fratello Cadmo che avrebbe dovuto salvarla, salvarne l’onore e il destino e che invece rinuncia a lei per correre dietro ad un sogno di potenza e immortalità, costruito sulle ossa calpestate dei suoi simili, sordo ai loro richiami di dolore.


“[…] la prua della sua nave affondava nelle onde

azzurro-purpuree mediterranee

affondava fra le onde sanguinanti nell’ultimo sole

avanzando fra i ventri gonfi degli annegati

nel cercare a nuoto una riva

gli oscuri ventri gonfi galleggianti rivolti a quel sole

in un’ultima forsennata preghiera

che fiorivano le alghe sulle labbra illividite.” Atto III - Navigazione


Nelle fondazioni della Città, nelle sue radici è già contenuto il marchio della violenza, del sopruso, della crudele sopraffazione che è protagonista della storia:


“Dai denti del drago nacquero i costruttori della Città

Che doveva diventare potente e comandare sull’intera Beozia,

non da sperma di un uomo in ventre di donna […]” Atto IX – L’Edificazione di Tebe


E per le strade della Tebe di oggi, nelle vene dei suoi eroi fatti d’ombra, scorre l’infamia dei nostri vizi: stupri e violenze perpetrati sulle donne, sui bambini e sulla Terra stessa; giganteschi cumuli di spazzatura i cui fumi pestilenziali oscurano il cielo e avvelenano le acque; muri che s’innalzano a dividere, a spezzare le mani alla Pietà; empie speculazioni di pochi sulla pelle di molti, sfruttamento, schiavitù, ingordigia; arroganza di togliere la vita e precludere la morte.


Era un club che si riuniva ogni volta

in un luogo diverso

per decidere le sorti del mondo […]” Atto XXVII – Il Circolo degli Dei


“[…] ammassano pietre

lungo tutto il perimetro

della città di Tebe

affinché nessuno dei disperati

che chiedono asilo possa mai entrarvi […]” Atto XXXI – Il Muro


“C’erano avanzi di cibo, confezioni di plastica,

computer rottamati di penultima generazione,

scatole di imballaggio, lattine di coca cola […]

Montagne di rifiuti si innalzavano verso il cielo,

oscuravano l’orizzonte.” Atto XLVIII – I Rifiuti di Tebe


“E poiché più non respirava l’avevano collegato

con altri tubi ancora ad un respiratore.

Più niente funzionava nel suo corpo, era quella solo

un’illusione di vita.

[…] Perché impedire a qualcuno di morire

se non può più vivere?” Atto XXIII – La Morte di Edipo


C'è un'eco dantesca che attraversa tutto il poema, brevi visioni infernali che si aprono sulle bolge del nostro presente (d'altronde, Tebe e il suo mito hanno largo spazio nelle cantiche della Commedia) e ciò che rimane non è che una waste land, la terra desolata di Eliot. È un’epica della perdizione quella che ci offre Donatella Bisutti, in cui la metafora mitologica non è gioco intellettuale ma un grande, immortale schermo dove proiettare il profilo delle nostre umane miserie e dell'orrore che producono. Un orrore che, nelle parole che la stessa autrice affida al prologo, "nel Mito greco originario [...] veniva esorcizzato dalla Bellezza", mentre la nostra è "una società che ha smesso di credere alla Bellezza e ha perso la capacità di sublimare l'orrore. Una società nella quale gli dei sono solo pallidi fantasmi e gli eroi sono solo ombre".


"Il pallido corteo di divini fantasmi

percorse il cielo

sparì dietro l'orizzonte

assorbito da un raggio di tramonto." Atto LII - Il Ritorno degli Dei


Gli Dei sono scomparsi dietro l'orizzonte, portando con loro l'eroismo e la bellezza, la connessione tra l'umano e il divino, tra l'essere e il cosmo, lasciandoci nudi e soli. Nella possibilità di un loro ritorno giace la nostra unica speranza.


Per questo e per tutto quanto troverete in questi versi, riteniamo "Erano le ombre degli eroi" una lettura affascinante e imprescindibile.



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