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Trovare l’arte (e metterla da parte). Tatuaggi maori


Da Pixabay

di Cristina Castagnola


Essendomi ritrovata a vivere a più di 300km dalla mia casa, ho scoperto quanto siano in realtà profonde quelle radici che mi legano alla Liguria. Terra di marinai e di persone dure, che ti prende a schiaffi e ti volta le spalle, ma della quale non riesci mai a liberarti davvero.

Questo attaccamento alla propria terra, lo provano un po’ tutti coloro che, volenti o nolenti, si devono separare da essa. E ognuno cerca di portare avanti come meglio crede le tradizioni e le usanze che ricordano quei luoghi familiari. È seguendo il filo di questi ragionamenti che ho deciso di dedicare l’articolo a un popolo fiero e fortemente unito al proprio passato e alle proprie origini: i Maori.

 

Accenni storici molto brevi, lascio un po’ di fonti come sempre alla fine per chi volesse approfondire.

I Maori (“Normali”, per distinguersi dagli europei “Pakeha”, “Invasori”) si stanziarono in Nuova Zelanda tra il IX e il XIII secolo; erano una popolazione di stirpe e lingua polinesiana che venne, tuttavia, semi distrutta dal colonialismo inglese nel XIX secolo. La Polinesia è una delle regioni in cui viene comunemente divisa l’Oceania.

Secondo la tradizione, i primi Maori arrivarono ad “Aotearoa”, ossia “Nuova Terra”, con sette canoe dopo una lunga navigazione, probabilmente da Tahiti o dalle Isole Cook.

La società era divisa in tribù, clan e famiglie e si articolava in caste. Erano ottimi navigatori, grandissimi guerrieri, politeisti e molti abili nell’arte decorativa; amavano tatuarsi il volto e il corpo (sia gli uomini che le donne) e proprio i loro tatuaggi saranno il tema che andremo ad approfondire.

 

Nel 1840, accettarono la sovranità britannica tramite il Trattato di Waitangi, in cambio del riconoscimento dei diritti di ogni tribù sulla propria terra. Ben presto, però, gli inglesi cominciarono a comprarle o a occuparle con la forza, cercando, tra le altre cose, anche di farli convertire al cristianesimo.

Durante le Guerre dei Maori (1843-1848/1857-1869), la popolazione venne praticamente sterminata (aiutati anche dalle malattie portate proprio dagli europei). Fortunatamente, dalla seconda metà del Novecento, la Nuova Zelanda ha adottato una politica di protezione nei loro confronti, della loro lingua e tradizione.


Da pixabay

Addentriamoci ora nel cuore della mia ricerca. Nel breve preambolo che ho fatto, ho sottolineato che i Maori amano tatuarsi, ma qual è la storia dietro a questi disegni, ormai molto in voga anche da questo lato dell’equatore?

La loro tradizione, come quella dei tatuaggi samoani e delle altre popolazioni polinesiane, interpreta quest’arte come un racconto delle esperienze personali di ogni individuo. Il metodo, conosciuto come “ta moko”, prevedeva l’uso di strumenti da taglio e cesellatura, che producevano profondi solchi nella pelle.

La prima distinzione da fare è tra i tatuaggi Enata, che rappresentano il passato della persona, e i tatuaggi Etua, che ricordano il mondo religioso, come veri e propri talismani. Inoltre, potevano essere Moko, ossia simboli sacri e disegni per indicare lo status sociale o l’appartenenza a una certa famiglia, oppure Kirituhi, tatuaggi fruibili da tutti e non solamente per i guerrieri o i membri di un determinato clan.

Si tramandavano di generazione in generazione, rappresentando appunto anche un mezzo di comunicazione a seconda del soggetto e della zona tatuati. Gli uomini solitamente si tatuavano viso, gambe e testa, le donne il mento, le labbra, il collo e la schiena. Il busto non veniva toccato poiché il corpo femminile era ritenuto già di per sé bello e non aveva bisogno di altri ornamenti.

La parte superiore del corpo era legata alla sfera spirituale, quella inferiore alla Terra; le porzioni posteriori avevano a che fare con eventi del passato, quelle anteriori con il futuro; il lato sinistro era associato solitamente alla femminilità, quello destro alla virilità. Tutto ha un suo specifico senso.

Inoltre, veniva data grande attenzione al bilanciamento dei tatuaggi e le singole parti del corpo avevano significati ancora più specifici (la parte inferiore delle braccia era la zona della creatività, la spalla la forza, il viso il legame con gli Dei…).

Gli animali, come soggetti, sono diffusissimi, sia quelli di mare che quelli di terra: leone (emblema del coraggio), lupo (la fedeltà e la famiglia), tartaruga (richiamo alla fertilità e alla saggezza), per citarne alcuni. Stessa cosa per i fiori: ibisco (rappresenta la passione e la bellezza), fiore di loto (la perfezione oppure il superamento delle avversità). Per non parlare della simbologia di stelle, soli, onde e conchiglie.

 

Da Pixabay

Stiamo trattando un tema a dir poco sconfinato. La cultura Maori può, infatti, vantarsi di una simbologia incredibile e non sorprende che oggi siano così apprezzati anche nel resto del mondo. Sono molto più di semplici disegni od ornamenti sulla pelle; sono il richiamo a storie di identità, leggende e spiritualità. Perciò, chi ne desiderasse uno, deve ricordarsi che non si tratta di un mero sfizio, ma sta portando con sé un intero popolo.

 

Abbiamo fatto un forse troppo breve viaggio in una cultura ai più probabilmente sconosciuta e tuttavia vastissima. Spero di avervi messo curiosità su questa interessante cultura e che, in qualche modo, vi abbia fatto riavvicinare alle vostre origini.

È giusto guardare avanti, ma non dimenticandoci da dove siamo partiti.

 

 

 

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