• Redazione TheMeltinPop

"IL PASSATO DIETRO L’ANGOLO" di Michela Bellini.





Quanto siamo coscienti dei gesti compiuti nel flusso ininterrotto e avido del vivere? Oltre ai nostri egoistici confini, quanto realmente percepiamo del mondo intorno a noi e delle persone che intersecano la nostra vita? Quanto siamo capaci di guardare in faccia noi stessi e dare un nome a ciò che ci accade?


“Il passato dietro l’angolo”(Fratelli Frilli Editore) di Michela Bellini è un romanzo che porta alla luce l’infinità di domande che si celano – o che volontariamente spesso celiamo – nello scorrere della nostra vita di tutti i giorni. E lo fa con una maestria che spiazza, usando uno stile asciutto e teso, che non lascia respiro dalla prima all’ultima pagina. Lo fa senza pietà, confondendo le carte, instillando dubbi tra le vittime e i carnefici, come in un continuo e vorticoso gioco di specchi.


“Stesa per terra a faccia in giù col piede di qualcuno che mi schiaccia la testa. Non ho ancora capito cos’è successo e non riesco a muovermi. Comunque ci provo e mi arriva un calcio nel fianco che mi lascia senza fiato fino a molto dopo che l’aggressore se n’è andato, chiaramente con i miei soldi.”

Inizia così, senza preamboli la storia di Veronica, quarantaduenne stylist milanese di successo, che per arrivare dove è adesso è stata prima Giovanna, ha vissuto a Parigi, ha lavorato duro e ha conquistato ogni gradino di una professione difficile, ma appagante, grazie alla quale ora guadagna in denaro e in stima in un ambiente, quello della moda, dove per emergere non basta il talento, ci vuole anche una giusta dose di grinta. Eppure l’autrice ce la fa conoscere a terra, vittima di una violenza, ammaccata e confusa.


Nel nostro mondo perfetto, dove tutto ha un incastro e ogni cosa un posto, ecco che arriva l’imprevedibile a sconvolgere il mazzo di carte di una partita di cui credevamo di conoscere le regole. Veronica sta tornando a casa dopo una giornata intensa di lavoro e viene aggredita da uno sconosciuto. Una violenza brutale e terrificante, di cui si legge sui quotidiani, ma che riguarda sempre altri e che quindi, di fatto, ci risulta sconosciuta. E che quando ci raggiunge, ci annichilisce. Veronica è una donna forte, una abituata ad affrontare la vita, ma questo evento rappresenterà per lei l’apertura di una crepa, una fenditura in cui s’incuneeranno sentimenti inconcepibili fino a quel momento.


“Sto cercando di fingere che non sia successo, sto nascondendo la testa sotto la sabbia. Non ce la faccio ancora ad affrontare la realtà […]”

Dapprima un’ansia sottile a insinuarsi nei suoi giorni e nei suoi gesti, che presto diviene paura, angoscia, terrore. E qui tutto si amplifica, ogni sensazione si scolla dalla banalità del vissuto e diventa una voce netta e profonda. Nel bene e nel male.

Quello che, se pur terribile, era sembrato un episodio contingente, si rivela parte di qualcosa di più profondo e sconvolgente. Veronica si accorge che l’aggressione non è stata casuale e nella sua mente prende forma il disegno cupo di una persecuzione, voluta e architettata contro di lei. Guardarsi attorno con sospetto, avere paura di fare i pochi passi che dall’auto conducono al portone di casa, sentirsi osservata, perdere il dominio sulla propria vita. Una spirale discendente, un imbuto sempre più stretto.


“Non so come fare, non so chi chiamare, IO NON HO MAI AVUTO PAURA DI NIENTE, mi attraversa la mente come una scritta al neon. Già IO, ma chi è IO, non certo questa misera controfigura di me stessa, accucciata in macchina tra il sedile e il volante!”

Chi può volere questo? E soprattutto, perché? Invidia o vendetta? Che persona è Veronica e che cosa ha lasciato dietro di sé per raggiungere il punto dov’è ora?

La protagonista, indipendente e allergica ai legami, comincia ad osservare meglio chi le sta attorno, gli amici con cui esce, le persone che incontra per lavoro e nel tempo libero, sebbene molto spesso i due spazi si intersechino e lei non capisca più di chi si possa realmente fidare. L'amica fotografa, che forse nutre per lei qualcosa di più di un sentimento di amicizia affettuosa; il grafico, che è da sempre innamorato di lei e che tiene abilmente a distanza di sicurezza; la psicologa, che si scopre ad avere le sue stesse risposte ad una solitudine il cui rombo si fa sempre più nitido con il passare del tempo. Figure che entrano ed escono dalle sue giornate, a volte le sfiorano appena, che in fondo non si era mai data la pena di osservare veramente, appena poco oltre la soglia di una frequentazione di convenienza.


Giorno dopo giorno la paura diventa la sua ombra. La segue, la perseguita. La tensione che la divora è così alta che per gestirla ha bisogno di rimuoverla e trovare il modo di annegarla. La sponda offerta dagli amici – Sofia, Enzo, Katia, Gisella – non basta, ci vuole qualcosa che stordisca, che inverta la rotta dei pensieri. Dario, fotografo bello e misterioso, che muta l’adrenalina in ossitocina, sembra essere la risposta. Conosciuto ad un party, secondo un consunto ma sempre funzionale cliché americano, con lui il sesso è così intenso da riuscire a stordirla, da riuscire a farle dimenticare il buio, ma anche a scoprirla definitivamente e privarla di ogni difesa. In fondo non è un amore quello che Veronica cerca, è una droga, qualcosa che la porti oltre il tremito delle mani nella fretta di aprire la porta sul ballatoio buio. E, come una droga, le da dipendenza, la circoscrive ancor più nel suo essere e sentirsi vittima, la degrada.


"Che cosa potevo dirle? Che sono finita in una storia da masochisti? Che sono a pezzi, bevo e mi rimbambisco di calmanti? Non potevo, non posso. Già fatico ad ammetterlo con me stessa, figuriamoci confessarlo ad altri!"

E la figura di Dario è proprio quella in cui il romanzo si sdoppia. Fotografo che pone lo sguardo dentro all'obiettivo per escluderlo dalla realtà che lo circonda, dove può costruirsi un mondo di ordine e perfezione, asettico e indolore. Bellini introduce il suo malessere e le sue inquietudini in un corsivo tipografico che diventa il diario di una mente, più che una narrazione, il racconto di un dolore a tratti sfuggito, a tratti vissuto come una colpa. Un dolore che ha radici lontane, che lo ha ormai trasformato, a cui ha dato un volto e da cui cerca una redenzione.


La rabbia, che ha ormai preso il posto della vita, lo devasta. Non sa che fare, entra in un bar e ordina un caffè al tavolo mentre cerca di calmarsi. Guarda la gente che passa fuori, gente normale, almeno all’apparenza, che va da qualche parte, spesso di fretta […]

E così, in un crescendo inesorabile, che non da pausa al lettore, né cerca di accattivarselo, paure ed ansie allargano sempre di più la crepa, si prendono tutto lo spazio, si frammentano in un’eco rifratta, spezzata in mille rivoli. Da una parte Veronica, su cui lavorano da dentro fino ad accecarla; dall’altra Dario, che se ne lascia consumare. Per arrivare ad un finale che non è consolatorio, né vuole esserlo. Come Dürrenmatt ci insegna, nonostante il nostro credere di avere in mano le redini, è il caso a decidere la direzione del viaggio. Questo scolorisce alquanto la linea tra vincitori e vinti, tra colpevoli e vittime, tra bene e male. E ci lascia senza la facile consolazione di una catarsi.

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