• Redazione TheMeltinPop

"Verrà un giorno che anche per noi brillerà il sole". Seconda parte

Dal diario di Michele Lanata, catturato dai tedeschi e fatto prigioniero in un campo di concentramento a Monaco nel 1943


In questa settimana in cui si celebra la Giornata della Memoria, continuiamo con la pubblicazione di stralci tratti dal diario inedito di Michele Lanata, genovese, catturato dai tedeschi nel 1943, fatto prigioniero dapprima in Italia e poi tradotto in un campo di lavoro in Germania nei pressi di Monaco di Baviera.


"In quanto al morale è meglio non parlarne, siamo senza notizie, quelle poche che si riesce a racimolare qua e là girando per la città, un giorno ci illudono molto, un altro ci fanno angustiare, però ormai non credo più a nulla e più a nessuno."


L'essere lontani da casa, in un ambiente estraneo, ostile, sotto sguardi indifferenti, continuamente sfruttati e derisi o nella migliore delle ipotesi compatiti. Il tempo che passa, difficile ormai anche da contare, e la malinconia che ti strattona tra momenti in cui pensi alla felicità del giorno in cui ritornerai e altri cupi in cui smetti di crederlo possibile. E la fiducia nell'essere umano che si fa sottile brandello, fino a strapparsi e portarti a non credere più in nulla e in nessuno.


Le parole di Michele Lanata ci accompagnano in questo doloroso viaggio dentro la sua esperienza di campo di concentramento in Germania. Ci raccontano delle sue sensazioni, del lavoro come unico momento in cui sentirsi vivi, della capacità di adattamento che ti fa trovare risorse anche dove non credevi di averne.


"Il guaio principale consiste nel fumo senza sigarette, cerchiamo di riparare a questa mancanza raccogliendo foglie e bucce di patate e abbrustolite si fuma quelle, insomma tanto da non perdere il vizio."


E il freddo, il più grande, implacabile nemico, che devi combattere ogni giorno e ogni notte con pochi mezzi e che, se hai un fisico già provato dalla vita, dalla miseria e dalla malattia, potrebbe diventare il tuo boia. Michele all'epoca del suo internamento è un ragazzo di poco più di vent'anni, ma molti dei suoi compagni sono più vecchi, più deboli, dilaniati dal pensiero delle famiglie che magari li credono morti, vinti dalla paura di non riuscire più a tornare né a rivederli. E scrivere una lettere, senza sapere se e quando potrà arrivare, né se avrà risposta è a volte l'unico, tenue filo a cui aggrapparsi per resistere.


"Il guaio è che la temperatura precipita, siamo continuamente sotto zero, la neve comincia già ad imbiancare la campagna e i tetti delle case della città, noi lo soffriamo terribilmente, prima dal lato che lavoriamo sempre all'aperto e poi che non ci siamo abituati a questo clima."
"Finalmente oggi abbiamo avuto la grande gioia di scrivere a casa, quanto tempo che aspettavo questo momento."










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