• Redazione TheMeltingPop

Riflessi di donna d'ottobre.

di Antonella Grandicelli



From Pixabay

L'alba mi svegliò con un bruciore nella gola e un aspro sapore di

geranio. Pensai di dover morire, ma il colore della città era sempre

uguale e anche le mie mani, così bianche, così stanche. È facile

farsi domande quando non è ancora del tutto giorno. Imprendibili

come nebbia nella notte, si solidificano ai margini dell'alba, per

poi sparire quando la luce le illumina. Domande semplici, che

da sempre aspettano risposte.


Stavo li, fermo, coi gomiti piantati sul letto, guardavo fuori,

masticando lentamente quell'odore dolciastro. Lo aspettavo. Tutti

gli anni, quando ottobre tagliava l'aria con quel vento teso e secco

che arrivava dal mare e le nuvole, grigie di polvere bagnata, andavano a morire

sui tetti delle case, lo aspettavo. Era un geranio rosso, una

macchia di sangue vivo in tutto quel grigiore. Un bagliore d'ansia

in quell'aria levigata.


Lo aspettavo. Con l'impazienza con cui si aspetta una punizione,

con la paura con cui si aspetta un ritorno. E lui puntuale e rosso

nasceva in una notte, inventando ogni volta una finestra diversa su cui

sedere. E questa volta era vicino, così vicino che avrei potuto

toccarlo. La finestra era aperta, il vento muoveva le tendine

leggere e all'interno una voce di donna cantava canzoni d'amore.


Mi sentii all'istante freddo, raggiunto da quella musica sottile e

mi alzai. Bevvi una tazza di caffè avanzato dalla sera prima, per

essere sicuro che ci fosse stata una sera prima. Ma fu inutile,

perché la quotidianità non ti abbandona tanto facilmente e una pila

di piatti sporchi troneggiava scura sull'acquaio a ricordarmelo. Un altare di terrecotte sbrecciate e resti di cibo. Vi posai vicino la tazza vuota e sporca e volli pensare quel gesto come un rito sacrificale.

Poi, con la lentezza di un insetto perduto in un mondo

più grande di lui, mi trascinai nella stanza vicina, tolsi la prima

fila di libri dalla mensola e trovai un quaderno, lo stesso quaderno che non sapevo di avere.

Lo aprii alla prima pagina bianca e scrissi.


"Diario. Venti ottobre. Stanotte il geranio è tornato e il suo odore

mi ha svegliato stamattina. È sempre rosso, né più vivo, né più

spento. Lei ha cantato e la sua voce mi ha fatto rabbrividire. Non

so chi sia, né lei sa chi sono io. Ogni anno vive un giorno

d'ottobre come fosse maggio, con il suo geranio e le sue canzoni

d'amore. Mi scopro a pensarla, mentre dietro alla finestra si infila

le calze piano, si pettina i capelli, si asciuga le lacrime. Sarà

una donna triste? In quante altre finestre apparirà il suo geranio?


Domande inutili. lo so di amarla ed è un amore che non mi fa

soffrire. È un amore lungo un giorno, il più lungo che un uomo possa

aver amato. Vorrei farle sapere che io sono qui e che la amo, ma non

so come fare e la mia voce non è abbastanza forte. Ma continuo a

pensarla, mentre dietro alla finestra si colora le labbra, si

profuma le tempie, si asciuga le lacrime. Il suo nome deve sapere di

pioggia. Non so perché mi è venuto in mente questo, ma non è giusto.

Sono io che vorrei che sapesse di pioggia, sarebbe bello.


Sicuramente non è cosi. Forse non ha nemmeno un nome o ha un nome

per ogni giorno. E uno per ogni notte. Sicuramente è bella. Non di

una bellezza calma e languida, ma violenta e carnosa e polverosa.

Come una bambola. E il tempo l'avrà toccata? Probabilmente sì,

perché avrebbe dovuto dimenticarsi di lei? E ora si guarderà nello

specchio e seguirà i fili sottili dei giorni, i solchi profondi

degli anni, le scabre ferite dei secoli. E si asciugherà le lacrime,

perché si accorgerà che quello non è il suo viso, ma una fotografia

di sua madre, infilata nella cornice dello specchio. La sua

fotografia, fra le pagine di un diario, graffiata su una

carta in bianco e nero, sarà quella di una donna bianca di luce,

rossa d'amore, grigia di lacrime e di polvere. Una donna senza un

nome, con una finestra ed un geranio.


E la mia fotografia? Una pietra liscia, corrosa da maree di ricordi e di ripensamenti.

Un'immagine astratta, che scompare come alito caldo sul freddo del

vetro. Cosi mi riconosco adesso, domani no. E lei mi riconoscerà?

Saprà individuare nelle mie forme scomposte il pensiero di un uomo

che l'ha amata per un intero giorno? Quando cammino per la strada - ma

solo quando non riesco a dormire e l'aria fredda mi rivela l'alba -

ho l'impressione che mi segua. Ma è solo un'impressione, che un

sussurro di luce cancella, portandola altrove, forse ad altri

uomini. E mi sento solo.


Per un attimo, un meraviglioso, lentissimo e struggente attimo, mi sento solo.

Vedo i contorni delle case perdersi nel colore dell'aria, schiudersi i verdi cancelli che

celano odorosi misteri e che da bambino sognavo varcare per perdermi

nelle molli e nauseanti dolcezze del muschio e delle finte fontane,

avare d'acqua, ma non di sogni. È un vaneggiare lieto e consapevole;

una scheggia di vita sognata, che sfugge alla coscienza e rimbalza

sui muri, scrivendo con forza il suo nome. Ma è solo un attimo, che

subito la rassicurante imponenza del sole risucchia. Ed io mi trovo

a camminare per la strada, con un aspro sapore di geranio in bocca,

immemore di aver vissuto me stesso per un attimo e nuovamente

profugo inconsapevole nell'asettico vagabondare del mondo.

Lo ricordo solo ora, nel guardare il rosso del geranio e so che lo

ricorderò il prossimo ottobre.


Mi riscopro a pensare a lei, mentre dietro alla finestra inventa

parole per le sue canzoni, ride della sua nostalgia e pensa che

stanotte il suo geranio fiorirà sopra un'altra finestra e lei avrà

un altro nome, canterà altre canzoni e si asciugherà altre lacrime."


Posai la penna, riposi il quaderno. Il tramonto rubava riflessi al

geranio, poi lentamente si consumava. I piatti sporchi

immobili sull'acquaio, mentre io mi sdraiavo sul letto. Pensai che la

vita ti lascia solo una spessa eredità di piatti sporchi e risi

della mia filosofia.

Ero stanco e mi accorsi che il sonno cominciava ad ammorbidire i miei confini.

Allora guardai fuori. Un vento leggero muoveva le tendine della finestra, ma nessuna luce regalava ombre. La voce aveva smesso di cantare e il suo silenzio cullava ora

come una ninna nanna. Lei era là che si pettinava i capelli e sognava

i miei sogni ancora per un po', finché la notte non l'avrebbe inghiottita.

Io lo sapevo e non potevo farci niente, se non amarla

per quei pochi minuti che mi restavano.


Chiusi gli occhi e l'amai forte, più forte che potevo. Una folata di vento rapace strappò

rosse lacrime al geranio e le disperse nel buio. Quando li riaprii,

non c'era più niente. Luci di lampioni, lotte di gatti,

finestre chiuse, ecco cos'era la notte. Ed io mi convinsi a dormire

perché intanto, la mattina, non avrei ricordato nessun geranio e

avrei dovuto aspettare un intero anno per ricordarmene.

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